Mitsuko
domenica 14 luglio 2019


Domenica pomeriggio, periferia di Aguascalientes.

Accosto la macchina, spengo il motore, prendo il cellulare ed apro whatssap. Scrivo:

“Ehi, come va? Sono arrivato. Ti aspetto giù.”

So che ci vorranno cinque minuti così scendo a sgranchirmi e osservo le brutte palazzine di cemento. Le osservo bene, la bruttezza, delle volte è affascinante come la bellezza.
Immagino le riunioni fra il governo e le imprese costruttrici:
El licenciado vuole ridurre il costo del cemento ma nella fattura bisogna indicare il prezzo pieno”.
“Sono davvero le piastrelle più economiche in circolazione?”
“Le famiglie là dentro ci staranno benissimo... non si preoccupi signor governatore... organizzeremo un grande evento per l’inaugurazione. Riceverà riconoscimento e gratitudine”.

Poi penso alla soddisfazione del giovane architetto, appena laureato, seduto al tavolo di disegno a tracciare migliaia di linee per la progettazione di quei tuguri popolari tutti uguali. Magari all’università gli avevano detto che si sarebbe occupato di biblioteche e teatri.

Eppure, nonostante le mie riflessioni di desolazione, la gente entra ed esce da quei palazzoni per nulla turbata dalla costrizione in pochi metri quadrati, muri sottili, soffitti bassi, cemento magro, assenza di alberi e verde pubblico.

Finalmente arriva Mitsuko (nome inventato), la mia amica giapponese.

E’ carina, indossa pantaloni colorati di cotone e una maglietta. A differenza delle donne latine, Mitsuko non si trucca.

Mi porge un pacchetto contenente tofu di ceci di sua produzione.

- Grazie Mitsuko, ecco i quindici pesos. - Poi Mitsuko mi dà dettagli sul tofu, mi segnala che è freschissimo, appena fatto. Mitsuko ha voglia di chiacchierare così le chiedo del suo lavoro alla compagnia di assicurazioni. Di preciso fa l’interprete per i pazienti giapponesi in un ospedale privato poco lontano dalla stazione degli autobus. L’intermediatore linguistico è uno dei servizi offerti dalla compagnia di assicurazioni.

Mitsuko mi racconta la sua settimana in termini di molti pazienti o pochi pazienti. Poi le chiedo come vanno le sue sedute di yoga ed infine se le sue amiche giapponesi l’hanno invitata a colazione. Lei risponde a tutto volentieri.

Mitsuko è la mia amica giapponese, come dicevo poc’anzi.

Vi confesso, fin da piccolo ho desiderato un’amicizia nipponica. In Italia siamo cresciuti con i cartoni animati giapponesi, judo, karaté e manga.
Verso i vent’anni hanno cominciato a piacermi le immagini dei giardini zen e la poesia delicata di quelle lontane terre d’oriente.

Incontrai Mitsuko ad un incontro di meditazione. Nel silenzio espressi col pensiero il desiderio di esserle amico, fu una specie di preghiera, onde energetiche propagate in tutte le direzioni dell’universo.

Durante l’incontro non ci scambiammo neppure una parola ma alcuni giorni dopo lei si mise in contatto con me con la scusa di saperne di più circa un materiale del corso. A volte nella vita ci sono episodi che odorano di polverina magica.

Dalla breve conversazione che ne seguì in chat, espressi il desiderio di farle qualche domanda sul suo paese e decidemmo di vederci un sabato pomeriggio in una caffetteria del centro di Aguascalientes.

Così realizzai il mio sogno e conobbi Mitsuko. Seduti al tavolino, parlammo di Giappone, del Messico e delle nostre esperienze di immigrati.

Mi raccontò di aver studiato spagnolo all’università di Nara per poi trasferirsi a Guadalajara per perfezionarlo. Dopo l’università trovò lavoro a Città del Messico e visse lì per qualche anno, infine accettò il posto nella compagnia di assicurazioni.

Le rivelai la mia predilezione per gli haiku.

- Oh, sì a scuola ce li leggevano… che palle! -

In Mitsuko c’è poco dei fiori di ciliegio, dei versi degli antichi monaci e di quei cerimoniali semplici e belli. Niente fruscii di seta, aprirsi di ventagli, niente paraventi di carta di riso.

- Sì, mia nonna faceva la cerimonia del tè -

- e tu?

- Io il tè me lo bevo e basta. - Il suo pragmatismo è il sua forma di muoversi nel mondo.

- Se in meditazione non riesci a sederti a mezzo loto, devi scaldarti un po’ con yoga e se non ci riesci lo stesso, non arrabbiarti, vuol dire che il tuo corpo non è ancora pronto. Tutto qui. -

- Mangia il tofu questa sera mentre è ancora fresco. Mettici della salsa di soia e dell’erba cipollina. -

Una volta, sotto le palazzine popolari le dissi che avevo letto il libro di Marie Kondo, l’autrice che aveva entusiasmato l’occidente con la sua filosofia dell’ordine.

- Marie Kondo è un’amica di mia cugina. - Mi rivelò Mitsuko.

- Sul serio? -

- Sì, andavano a scuola insieme. -

- Però hai visto che trovata quel libro? Hanno fatto anche una serie su Netflix.-

- Ma è la cosa più banale del mondo, tutti i giapponesi fanno così.

- Ma lei lo ha scritto in un libro e adesso negli Stati Uniti la invitano da tutte le parti. -

Lì, tra le palazzine popolari messicane, Mitsuko si rabbuiò. Lo notai perché le si formarono due rughette sulle palpebre degli occhi.

Dopo qualche mese dal nostro primo incontro mi scrisse dicendomi di sentirsi triste al punto di piangere quasi ogni giorno. Le chiesi se potessi aiutarla in qualche modo e uscimmo a prendere un caffè.

Si trattava del suo ragazzo messicano con il quale conviveva da un anno. Le cose avevano cominciato a non funzionare da quando lei, per distrazione, aveva fatto cadere lo schermo al plasma sul pavimento scheggiandolo. Su quello schermo ad alta definizione il suo ragazzo giocava ai videogiochi per ore e ore; per lui era di vitale importanza.

Inoltre, mi spiegò, lei aveva l’abitudine di tenere le finestre aperte per fare circolare l'aria cosicché il sole qualche volta entrava e scaldava la consolle dei videogiochi e i pupazzetti da collezione del suo uomo.

Ma non era finita; l'aveva rimproverata per aver consumato la tenda della doccia al punto che un paio di anelli di plastica erano saltati.

Era troppo, la sua pazienza nei confronti di Mitsuko aveva superato il limite e lei doveva andarsene. Ma Mitsuko non voleva andarsene ed era determinata a riguadagnare la fiducia e l’amore del suo uomo con gesti di attenzione e gentilezza spropositati. Mi fece alcuni esempi.

Una sera aveva preparato una cenetta per due ma lui non aveva toccato cibo perché non aveva fame e lei era rimasta in cucina da sola a mangiare e a piangere avvolta da solitudine ed indifferenza ai singhiozzi.

Voleva la mia opinione su tutto ciò. Cosa avrebbe dovuto fare per riconquistare l’amore perduto?

Mi grattai il mento, da dove cominciare?

Pensai a cosa deve provare uno psicologo che per otto ore al giorno ascolta racconti del genere, a come dopo vede e si relaziona con il mondo.

Provai a capire cosa Mitsuko si aspettasse da me. Probabilmente avrebbe voluto sentirsi dire:

- E’ Facile. Se non rompi niente per una settimana e gli fai un regalo tutto tornerà come prima. -
La presi un po’ alla lontana.
- Ascolta Mitsuko – Le dissi: - Quando immaginavi la tua vita di coppia, la pensavi così, con uno che ti mette alla porta perché gli hai rotto i giocattoli? -

No, non la immaginava così, però tornò alla carica, come dimostrare di essere degna di lui?

- Ma sai – le dissi: - Non bisogna essere all’altezza di nessuno. Nelle relazioni ci si dovrebbe accettare per come siamo. - Delicatamente la portai a considerare che la loro storia era finita. Per recuperare salute mentale, avrebbe dovuto raccogliere le sue cose e uscire svelta da quella casa che, fra l’altro, non era fra le più belle della città.

Allora lei rifece gli occhi tristi, con le due rughette sulle palpebre.

- Se esco da quella casa, dove vado? - Qui, su questo punto, la compresi profondamente. Siamo stranieri in una terra straniera, cerchiamo punti solidi per costruire la nostra esistenza, radici e pilastri che resistano dal vento della società liquida che tutto mescola in mille desideri dispersi.

Uscire da quella casa, da quell’unica illusione d’amore era camminare nel deserto un’altra volta. La capii e non ci fu nient'altro da aggiungere.

Forse un giorno Mitsuko avrebbe trovato la forza sufficiente per affrontare la realtà.

Una volta, durante una passeggiata nel parco, Mitsuko si soffermò sotto un albero e prese ad osservarlo con attenzione.

- Volevi qualcosa di giapponese?

- Sì.

- Ecco. Guarda qui. - Mi indicò il fogliame dell’albero. - Guarda la luce. -
I raggi del sole attraversavano la chioma dell’albero in curioso gioco di luce; una danza di luce e foglie verdi.

- Komorebi, in giapponese quello che vedi si chiama komorebi.

Il mio mondo diventò un po’ più grande.

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