L’adolescente
domenica 30 giugno 2019


Sono le sei del pomeriggio. Un pick up bianco accosta di fronte ad un vecchio edificio nel quartiere di San Marcos, sede di un’associazione ambientalista, dove al primo piano ho affittato una stanza per le mie lezioni d'italiano.

Visto dalla finestra, il pick up sembra un magnifico yacht terrestre tutto bianco e brillante. Chi ha passato la cera, dubito il proprietario, ha fatto un eccellente lavoro di pelle di daino.

Si apre la portiera del passeggero e Aranza (nome inventato), la mia alunna quindicenne, scende con un balzo.

Mi allontano dalla finestra e mi avvicino alla porta per riceverla.

Lei mi saluta contenta poi entra, tira fuori libri e quaderni ed è pronta per la sua lezione settimanale d’italiano. Parla bene la nostra lingua, ha fatto molti progressi. Mi siedo di fronte a lei.

Secondo i miei calcoli dovrebbe essere nel pieno della pubertà ed invece il suo volto non ha nemmeno un brufoletto né tracce di sebo. Non si muove goffamente, non è grassa né eccessivamente magra, non puzza, non le sono venuti i baffetti. Alla sua età io avevo tutti questi difetti più un’invidiabile squeaky voice.

Aranza si muove disinvolta, per niente imbarazzata del suo bel corpo allenato da tre sessioni settimanali di crossfit e due di danza classica.

Avevo la sua età nel 1995 e, alle sei del pomeriggio, i miei doveri erano già finiti.

All’epoca per andare a scuola prendevo un autobus affollato di ragazzini e di enormi zaini Invicta.

A scuola la sensazione prevalente era una sottile e prolungata angoscia. Non so se tutti noi a quell’età e in quel contesto abbiaamo provato quella tensione che da adulti si è trasformata in ansia ingiustificata nei confronti delle figure di autorità.

Dopo pranzo facevo i compiti: espressioni di matematica il cui risultato era -2AB o 1/3 A + 124 o 0, parafrasi di poesie interessanti come “Il cinque maggio”, Ei fu… esercizi di tratteggio con matita e righello, lunghissime analisi grammaticali di brani presi dall’antologia.

Alle sei del pomeriggio, mentre Aranza dispone penne e matite sul tavolo, io scendevo nel cortile del condominio a giocare a nascondino o a fare qualche tiro al pallone mentre le ragazzine facevano la ruota o s’intrattenevano con l’Hula Hoop . Se pioveva o faceva freddo, mi sdraiavo sul letto con i libri game del Lupo Solitario. Era una vita tutto sommato placida e sopportabile se eri ignaro dell’imminente sfida globale e dell’incertezza che avrebbe generato.

Aranza a quindici anni parla fluentemente spagnolo e inglese e sta studiando francese e italiano. Oltre allo studio delle lingue straniere e all’esercizio sportivo, va a lezione di chitarra.

Assieme alla sua famiglia ha già visitato l’Italia, la Francia e l’Inghilterra e città interessanti degli Stati Uniti come New York.

Non se la tira, non sbircia le notificazioni del cellulare e pare che non ne abbia mai le scatole piene. E’ a suo modo una stoica.

Di solito, durante la prima mezz’ora di lezione, chiacchieriamo in italiano del più e del meno così scopro il mondo delle nuove generazioni.

Una volta per esempio le ho chiesto se avesse dei sogni. Non solo aveva dei sogni ma li aveva perfettamente digeriti in un piano di vita che copriva il suo futuro fino ai cinquant’anni.

Dopo la scuola superiore si sarebbe iscritta alla facoltà di medicina all’università per poi specializzarsi in chirurgia estetica. Quando le chiesi perché proprio la chirurgia estetica, mi rispose per i soldi.

Mi spiegò che se ti dedichi a rifare tette e a succhiare grasso, metti insieme in poco tempo un bel gruzzolo.

Con il suo primo capitale avrebbe comprato alcuni appartamenti da affittare e poi avrebbe messo su casa per lei. Niente matrimonio, forse un fidanzato.

Sostenuta dal suo lavoro e dai suoi investimenti si sarebbe dedicata ai viaggi.

Viaggi di un certo livello, si intende, niente zaino, niente autostop sotto la pioggia, niente ostello in camera mista bensì voli in business class e facchini in uniforme avrebbero aperto per lei porte di hotel di lusso.

La stessa domanda ad un mio amico degli anni novanta e rispondeva che voleva fare il veterinario perché gli piacevano i cani.

La nuova generazione invece proietta la felicità nel consumo di beni ma sopratutto di esperienze frutto del denaro tipo i viaggi.

Aranza è grintosa, determinata, costante e diligente. Credo che realizzerà i suoi sogni e diventerà una donna ricca e importante.

A questo punto però mi è sorta la curiosità di esplorare con lei il rovescio della medaglia. Nel corso delle nostre conversazioni, mi è capitato di porle delle domande a cui non ha saputo rispondere. Anzi era così imbarazzata della sua ignoranza che è diventata rossa e si è messa a ridere nervosamente.

Erano domande del tipo:

“Conosci la storia della vita dei tuoi nonni?”

“Che autobus passa nel tuo quartiere?”

“Come si chiama questa via del centro?”

Anch’io ho riso e le ho detto che non è un problema grave che a questo tipo di cose si può rimediare facilmente. I nonni amano raccontare la storia della loro vita e il numero dell’autobus è scritto con una vernice bianca sul parabrezza e la via del centro ha un nome che si può leggere su un cartello posto all’incrocio.

Per migliorare questa lacuna nella sua educazione, ogni tanto le do dei compiti per casa che non sono veri e propri esercizi di italiano. La mando per esempio alla ricerca di un albero in un parco dove la luce del sole attraversando il fogliame crei un gioco di luce tale che all’osservatore sembra di stare in una specie di regno magico. Ovviamente deve sapermi dire che albero è e dove si trova con esattezza perché dopo andrò a controllare.



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