Quel velo di autoritarismo
lunedì 15 maggio 2017




Spero di non rompere il cuore a nessuno se affermo che il Messico è un paese autoritario. Grosso modo funziona così: chi ha il potere comanda, lo fa in una maniera aggressiva e dispotica con l'obiettivo di permanere al potere per sempre e goderne i privilegi.

La popolazione reagisce con tranquillità bovina più o meno come i servi della gleba medievali cercando, là dove è possibile, qualche vantaggio personale senza pensare troppo alle conseguenze di lungo periodo.

Certo in Messico ci sono eroi, giornalisti coraggiosi, gruppi di dissidenti, personaggi con le contropalle, ma la maggior parte della popolazione accetta la prepotenza così come si accettano i temporali estivi.

I fatti più salienti, i delitti di politica e narcotraffico viaggiano con le notizie e arrivano in ogni angolo del mondo.

Le dinamiche autoritarie coprono come un velo ogni aspetto della vita istituzionale del paese.

I messicani amano la forma. Il ceto medio alto adora i pantaloni stirati con la piega, le giacche, le cravatte, i capelli pettinati all'indietro e fissati con il gel per impedire ciuffi ribelli e anarchici, scarpe lucidissime. Ciò a volte supplisce abilità personali e capacità professionali.

Non amano molto le accuse di autoritarismo, anzi gli autoritari spendono molte energie per convincersi di essere democratici, trasparenti, attenti ai bisogni delle minoranze.

Per costoro, un progetto sostanziale di cambio è fuori questione, solo immaginare uno scenario differente dall'attuale è utopico; è come se gli italiani smettessero di lamentarsi della crisi economica e del governo per una settimana intera.

Se un processo di democratizzazione serio è fuori questione, si può ricorrere alla forma: “Facciamo come se fossimo democratici”.

Vediamo come esaminando un'università pubblica del centro del Messico, una sonnacchiosa istituzione di provincia.

Formalmente l'università è un'istituzione democratica: esistono elezioni, c'è un sindacato, un'associazione studentesca, un ufficio per la difesa dei diritti umani, un ufficio giuridico, un consiglio, un organo esecutivo e il rettore. Osservando la scacchiera si potrebbe dedurre che differenti gruppi (professori, studenti) portino avanti i loro interessi dialogando in un sistema garantista.

L'università però è un boccone ghiotto per il partito di maggioranza e così, lontano dalle sale riunioni si decide chi è il rettore, i rappresentanti sindacali, i rappresentanti degli studenti ecc. Dopodiché si fa un opera di propaganda del tipo “Vota per quel tizio o perdi il lavoro” e succede il miracolo. Il partito di maggioranza rappresenta contemporaneamente tutti i settori dell'università. Tutti lavorano di gran lena a risolvere questioni ininfluenti ma alzano le mani, invitano alla prudenza, palleggiano responsabilità, quando qualcuno solleva domande imbarazzanti, domande che potrebbero mettere in cattiva luce il rettore e quindi il partito di maggioranza.

Prendiamo il sindacato. Avete presente il discorso di un sindacalista? Immaginate la Fiat negli anni '70? Immaginate quelle piazze gremite di operai, le bandiere, gli slogan. Ora vi riporto qualche riga di un articolo del sindacalista universitario:
“Richiamo l'attenzione a tutti i compagni associati, per mantenere una condotta rispettosa e responsabile che ci permetta conservare i nostri diritti lavorativi e ci eviti sanzioni da parte delle autorità. Rispettare noi stessi, i colleghi, i capi. […] Causa dell'interruzione della relazione lavorativa gli atti di violenza, ingiurie, cattivi trattamenti al datore di lavoro o ai suoi famigliari dentro e fuori dall'istituzione.” 
Suona un poco come: “Continuate a dormire e non vi succederà niente.”
Perché vi racconto questo? Forse qualcuno di voi un giorno lavorerà in un'università messicana e comincerà con molto entusiasmo a proporre progetti, evidenziare lacune o perché no, potrebbe battersi per la trasparenza, il rispetto dei diritti dei lavoratori o la meritocrazia.

Non voglio dirvi di non farlo, fatelo, fatelo, metteteci il cuore, ma prima di muovervi, leggete con attenzione l'arte della guerra di Tzu Sun; non saranno i discorsi carismatici a guadarvi il favore della folla e portarvi al successo della vostra impresa bensì la logica silenziosa del giocatore di scacchi.

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