La felicità in Messico
giovedì 13 aprile 2017




Secondo il World Happiness Report della ONU, l'indicatore di felicità, nel 2017 il Messico è al 23esimo posto mentre l'Italia al 48esimo.

In altre parole qui, da dove vi scrivo, la gente è più contenta che da voi.

E' strano pensarlo vista la difficile situazione sociale messicana, l'ineguaglianza sociale, la povertà, la politica corrotta, il narcotraffico.

Anch'io stento a crederlo, ad Aguascalientes, fino a poco tempo fa, si assisteva ad un suicidio al giorno, la prevalenza erano tossicodipendenti, ma anche uomini che non reggevano ad una delusione amorosa e tanti adolescenti. Per arginare il fenomeno degli adolescenti suicidi, il governo di Aguascalientes aveva costruito la “Casa dell'adolescente”, un centro di assistenza con psicologi, medici, dietisti, un criminologo (perché?) e una buona offerta di corsi e laboratori culturali, sportivi ed artistici gratuiti.

Eppure passeggiando per il Messico s'incontrano molti visi sereni.

Per esempio la mia amica Anita è una ragazza felice e non ve lo dico così, tanto per dire, ho condotto un'indagine seria a priori prima di poterlo affermare in questo post.

Anita era una mia ex alunna d'italiano all'università. Faceva l'assistente sociale in un ospedale della città e le piaceva l'italiano così si era iscritta al corso.

Una volta, mentre correggevamo un esercizio, Anita ebbe difficoltà a coniugare un verbo. Si sforzò per qualche momento e poi scosse la testa. Le lanciai un salvagente.

“Chi l'aiuta?” Qualcuno l'aiutò. Dopo quasi dieci minuti tornai da lei con un'altra domanda e a questo punto scoppiò a piangere. E' strano che il pianto a scena aperta appartenga alla biografia di una ragazza felice.

“Hai avuto una brutta giornata?” Le chiesi.

“Sì. Brutta, molto brutta.” Così la lasciai in pace. Alla fine della lezione si avvicinò per scusarsi e prese a raccontarmi la sua brutta giornata; era stata licenziata dall'ospedale.

Mi spiegò che siccome volevano assumere un parente della coordinatrice delle assistenti sociali e bisognava liberare un posto, avevano scritto un rapporto nel quale veniva accusata ingiustamente di una serie di negligenze, in calce c'erano le firme di un paio di colleghe che davano per vere le falsità che vi erano contenute. Quel documento era stato sufficiente per mandarla a raccogliere le sue cose. Scoprii che Anita viveva nel mio quartiere e io non avevo la macchina così, le proposi di fare Car Sharing, le avrei pagato una parte della benzina. Accettò.

Dopo una settimana circa, la distanza alunno – professore si era frantumata, eravamo amici e mi raccontò tutto della sua vita.

Anita era figlia di una famiglia di umili contadini che vivevano in un piccolo villaggio nello stato di Jalisco. I suoi l'avevano educata, come vuole la tradizione, per essere una brava casalinga e madre di famiglia ma una cugina che viveva in città le aveva consigliato di concludere i suoi studi almeno con la preparatoria (le superiori). Così Anita si trasferì in città, frequentò la scuola (imparò tantissimo, assicura lei) e l'orizzonte si ampliò.

Terminate le superiori esternò ai suoi genitori il desiderio di andare all'università progetto che, per una coppia rurale messicana, suona come: “Mamma, papà, vado negli Stati Uniti a studiare nanotecnologie.”

Le risposero che non avevano le risorse finanziarie sufficienti per appoggiare un così ambizioso progetto ma lei non si diede per vinta.

Ottenne una magra borsa di studio del governo. Quelli dell'università erano giorni intensi ed incerti. Alla fine riuscì a laurearsi e si trovò anche il ragazzo che sposò appena finiti gli studi. Quando piangeva per via del licenziamento aveva già due bambini.

Qualche anno dopo provò un nuovo sistema anticoncezionale che le aveva suggerito un'amica e così arrivò anche il terzo; ma questa è un'altra storia.

Durante il tragitto che ci conduceva all'università, Anita mi raccontava della sua vita e di come stava andando quel periodo senza lavoro e gli screzi con il marito che pensava che studiare italiano non fosse la priorità e altri limiti del marito. Mi raccontò che in più di un'occasione, quando erano senza soldi e il frigo era vuoto, lui andava a mangiare da sua mamma e che Anita e i suoi figli piccoli si arrangiassero, così Anita doveva chiamare qualche amica che si scandalizzava: “Come ha potuto farti questo?” e andavano insieme al supermercato a comprare da mangiare.

Quando il marito ricevette la tredicesima e, anziché usarla per far fronte alle necessità famigliari, la consegnò ai genitori perché potessero ristrutturarsi la loro casa, fu crisi.

“Più di una volta ho pensato di gettare la spugna.” Mi confessò Anita: “ma poi ho deciso di affrontare la situazione e mi sono seduta a tavola con lui e abbiamo parlato”.

Mi immaginavo la scena, lei alta uno e sessanta, con due grandi occhi scuri, i capelli raccolti in una coda di cavallo che metteva a sedere il marito e parlava chiaro. (Funzionò, il marito, dopo quella chiacchierata divenne più responsabile)

Anita era senza lavoro, povera in canna, con due bambini da crescere e un marito irresponsabile (definiamolo così) eppure veniva a prendermi sempre puntuale e studiava con passione italiano.

Si lamentava pochissimo e mi parlava sempre del suo villaggio natale a Jalisco, di sua mamma e di suo papà, del profumo degli alberi d'arancio, dei giochi che faceva quando era bambina, delle soddisfazioni che gli dava suo figlio, del tentativo dei suoi fratelli di allevare maiali e di come si sentiva bene quando si sedeva sulla sabbia calda di una spiaggia a guardare il mare.

Un giorno forse un venerdì, sgranchendomi sul sedile del passeggero della sua auto le chiesi se fosse felice e lei mi rispose senza esitare: “Sì.”

“Perché?” Volli sapere.

“Perché quando mi sveglio la mattina faccio un lungo respiro e vedo che sono affianco a mio marito e di là ci sono i bambini. E' la vita che ho scelto e che amo.”

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