Quando i messicani vanno a studiare in Europa
giovedì 19 gennaio 2017




I giovani messicani in partenza per un periodo di studi presso un'università europea nutrono molte aspettative. Sono convinti che il Messico sia un paese arretrato su tutti i fronti rispetto alle altre nazioni.

Una ragazza, tempo fa, mi ha confessato che pensava che in Europa si usassero software più avanzati, versioni più aggiornate di Windows, programmi di videoscrittura più incredibili di Office.

In genere il soggiorno in Europa si rivela un'esperienza gradevole, fra le cose che imparano c'è il fatto che il Messico non è all'ultimo posto come inizialmente pensavano.

Le prestigiose università europee alle quali avevano scritto lettere di motivazione supplicando in ginocchio l'onore di essere ammessi, si rivelano delle strutture vecchiotte, polverose, con dei cazzetti stilizzati incisi nei banchi di legno. L'alloggio consiste in convitti studenteschi sporchi e rumorosi, dove circola hashish economico (cioccolato), vino in cartone e idee leniniste fatte circolare in qualche maniera durante i festini notturni.

La vita sociale poi, soprattutto nelle città di provincia, si riduce ad un pugno di birrerie eccessivamente affollate durante il fine settimana con un mucchio di gente fuori al freddo a fumare.

Ma è per studiare che sono venuti i giovani messicani, non per perdere tempo. Vogliono cogliere gli insegnamenti sublimi dei docenti europei con la speranza di portare tali concetti all'avanguardia in Messico.

“E' incredibile” mi dicono: “C'era questo tizio che attaccava monologhi di due ore senza interruzione, la gente prendeva appunti ed era tutto. Tutti i giorni uguale. Per un semestre intero. Poi l'esame.”

Io ridacchio e ricordo i tempi dell'università. All'epoca sembrava del tutto normale passare cinque o sei ore al giorno seduto a scrivere appunti (e basta.). A volte avevamo fortuna; l'oratore era abile e riusciva a creare la giusta tensione altre volte invece, si presentavano innanzi a noi vecchi stanchi vestiti di patetici camici bianchi che ripetevano per l'ennesima volta un programma di studio degli anni settanta con voce piatta e assente.

A volte arrivavano certe professoresse ostili con le loro spiegazioni fredde e taglienti. Noi che ascoltavamo certamente eravamo colpevoli di qualche orrendo crimine come quello di essere ignoranti, senza esperienza e privi di qualsiasi motivazione.

In America invece le lezioni devono essere dinamiche. Le spiegazioni teoriche devono alternarsi a lavori di gruppo, presentazioni, ricerche bibliografiche, progetti. Se un professore propone per una settimana intera la stessa attività, c'è qualcosa che non va.

Il paradosso divertente è che il “metodo americano” è stato ideato nel tempo da pedagoghi europei partendo dalla massima orientale: “Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco”.

I messicani tornano a casa contenti dai loro viaggi studio in Europa, con le loro foto della torre di Pisa e con il gladiatore romano di fronte al Colosseo e finiscono l'università contenti di sapere che, cose belle e cose brutte sono equamente distribuiti in tutte le nazioni.

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