Felicità e vita nomade
domenica 13 marzo 2016



Nel corso delle ultime settimane ho letto vari articoli sul tema “vita nomade e felicità”. E' un tema che mi affascina, quindi li ho letti con grande attenzione e poi ci ho riflettuto.

Secondo quegli articoli, a noi giovani adulti del nuovo millennio, la società offre uno stile di vita preconfezionato stile 1900, che promette sicurezza e benessere, a cambio di un presente insipido.

La maggioranza resiste sopportando la noia e lo stress quotidiano; rimane immobile nell'attesa di un futuro migliore, lasciandosi però sfuggire il momento presente, un momento che ci vede sani, attivi e curiosi.

Ogni tanto qualche coraggioso rompe la catena, si licenzia e scappa dall'Italia preferendo, alla routine, la vita frizzante ed imprevedibile del viaggiatore.

Anni fa le motivazioni degli espatriati erano un po' diverse. Si leggevano testimonianze di giovani che lasciavano l'Italia in cerca di condizioni lavorative migliori, in altre parole si trasferivano in società nelle quali potessero vivere da adulti e guadagnare decentemente senza però mettere in discussione la monotonia del cartellino.

Ora la questione è diventata più spirituale, allo stipendio e al riconoscimento professionale, si preferisce la vita intensa, il viaggio e la scoperta; poco importa se si va avanti a lavoretti e nell'incertezza più totale.

Ad ispirare queste storie ci sono degli aspetti chiari a tutti e sui quali non si discute:

1) La vita è una ed è piuttosto breve.

2) La felicità è la stella polare di ogni esistenza.

3) Il mondo cambia e in fretta.

Bisogna poi ricordare che ciò che siamo non possiede una natura propria; è piuttosto il risultato dell'interagire dell'ambiente, delle abitudini e delle persone che ci circondano.

Se non ci sentiamo bene con noi stessi, cambiando l'ambiente, le abitudini o le persone, qualcosa succede.

Se viaggiamo avviene una magia; cambia tutto, il mondo diventa nuovo e fresco e anche noi lo siamo.

Conosco amici, conoscenti e blogger che hanno fatto il giro del mondo; uno o due anni di peregrinazioni intorno al globo, America, Asia, Europa: centinaia di foto, decine di aneddoti e di storie di viaggio, invidia da parte degli altri.

Così però sembra che la felicità sia sempre là e mai qui.

Se viaggiare è felicità allora possiamo trasformare la nostra vita in un eterno gironzolare?

Chissà!

Le esperienze ci rivelano sempre qualcosa d'importante e sfuggente, perciò la tentazione è quella di afferrasi all'esperienza con l'illusione di aver colto il punto chiave e di ripeterla.

Un maestro zen (anche in Messico ci sono maestri zen) una volta mi ha detto che anni '60 negli Stati Uniti, gli hippy usavano le droghe per espandere la loro mente e, soddisfatti dell'esperienza, la ripetevano ancora e ancora fino a trasformarsi in tossicodipendenti.

Viaggiare ci rende saggi e lisci come ciottoli di torrente, ma per quale fine?

Non credo che la felicità sia uno stato di costante euforia, di applausi e di promesse di un futuro radioso. La felicità assomiglia piuttosto ad un laghetto alpino: uno specchio d'acqua immobile che se ne sta lì a riflettere il cielo.

Quando, prestando un po' di attenzione alla nostra mente, si riesce a calmare l'ansia e la sensazione di pericolo imminente, quando uno smette di considerarsi inadeguato, in ritardo, o sbagliato, ci si trasforma in laghetti alpini; la luna, le stelle, le nuvole e il sole, si rispecchiano in noi.

Sono cinque anni che vivo lontano dall'Italia e sì, posso affermare che ora sono un po' più sereno. E' il Messico che fa quest'effetto?

Il Messico è stato solo un cambio della mia vita. Un collega mi ha confidato che in tutti i paesi bisogna alzarsi presto, andare a lavorare e pagare le bollette.
La quotidianità, una volta che la patina esotica del nuovo paese si dissolve, è semplicemente quotidianità.

Ciò che a me ha aiutato a trovare la serenità da espatriato, è stato permettermi di perdere pezzi: illusioni, preoccupazioni, pregiudizi.

Con il passare del tempo ho realizzato che sto vivendo la mia vita, sono responsabile di ciò che mi sta succedendo e questo è abbastanza. Ora sono attento. Le mie giornate, anche se appaiono ordinarie, sono belle, interessanti, ricche d'essenza. Sono sulla strada giusta e questo è quello che davvero importa.

Ricordo un episodio del servizio civile. Avevo venticinque anni e nell'associazione nella quale lavoravo c'era un ragazzo di trentacinque anni che lavorava come giardiniere. Era stato in Bolivia alcuni anni in qualità di cooperante. Una volta gli ho chiesto cosa ne pensasse della vita nomade.

Mi rispose: “C'è un tempo per viaggiare ed esplorare e un tempo per costruire e restare.”


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