Auguri di fine anno in Messico
domenica 3 gennaio 2016


In questi ultimi giorni c'è stato l'inevitabile scambio di messaggi con amici e parenti in Italia ma anche con amici e conoscenti messicani.

Ho notato una certa differenza di protocollo fra Italia e Messico nel gestire questo singolare rituale sociale.

Alla domanda: “Come ti è andato il 2015?” gli italiani rispondono solitamente questo: “Bene grazie ma...” dopo il ma, la risposta si estende in una lista di difficoltà che si sono presentate; dai magri raccolti di kiwi, al capo ufficio carogna, ad acciacchi di salute, al mal governo e alle condizioni climatiche sfavorevoli.

L'interlocutore italiano gradisce che tu risponda nella stessa maniera. Non si può ribattere: “Mah, a me è andato tutto abbastanza bene. Sono sereno.”

Penserebbe: “Che stronzo! Chi si crede di essere questo qui? L'unto del Signore?”

Gli italiani si sentono vicini gli uni agli altri nella difficoltà. Quando dialogavo via chat con conoscenti italiani dunque sceglievo uno dei miei problemi 2015 socialmente accettabile: “Non c'è male... ma ho avuto poco lavoro nell'ultimo semestre all'università.”

“Ah! Sì, accidenti! Non preoccuparti, succede così dappertutto.”

Sentendomi sulla stessa linea d'onda, l'amico si rilassava e la conversazione proseguiva serena.

Con i conoscenti messicani invece le conversazioni di fine anno sono differenti.

Per esempio una signora, madre di due bambini, che si era lasciata da poco con il suo promesso sposo, il quale, solo pochi mesi prima, era venuto dagli Stati Uniti portando in dono un anello di fidanzamento e il sogno di una vita felice insieme, mi ha scritto:

“Sai Dario, io mi sento veramente soddisfatta e felice con i miei due bambini e i miei genitori.” Che strano, pensavo, starà mentendo a se stessa o davvero una situazione del genere è fonte di grande serenità? Davvero la rottura della sua storia d'amore non le provoca il minimo rumore?

I messicani, a fine anno, di solito ringraziano. Sono contenti di avere una famiglia, dei figli (se li hanno), i genitori, i nonni e Gesù o la Vergine (o entrambi) che li accompagnano. Sono contenti dei risultati professionali raggiunti anche se questi risultati, all'esame della nostra lente di ingrandimento europea, risultano essere piuttosto modesti.

E' chiaro che a un messicano non puoi rispondergli lamentandoti della tua situazione. Ti prenderebbe per un “mala onda”, un uccello del malaugurio. Anche a te è andato tutto bene e ringrazi per ciò che hai avuto o vissuto. Solo così la conversazione prosegue serena.

Italiani e messicani sono però d'accordo su un aspetto: l'anno nuovo deve essere migliore di quello passato.

Non si augura mai un anno bello come quello passato. Gli italiani sperano in un anno migliore però sanno che oggettivamente sarà difficile, i messicani invece sono convinti che gli sforzi e la determinazione saranno premiati.

Il futuro, in America, è progresso, ricchezza e felicità. I messicani da piccoli non sono stati costretti a leggere Leopardi, Verga e Foscolo. Ignorano il concetto di pessimismo cosmico; la natura, per loro, non è matrigna.

Qualche volta ho provato ad andare a fondo su questo tema. Ho fatto notare agli amici messicani che, se il futuro è meglio del passato, gli anni più difficili della nostra vita sono quelli dell'infanzia, mentre la vecchiaia è serena e prospera. Per fornire una prova a favore della mia obiezione puntavo il dito verso uno dei tanti nonnetti macilenti che frugavano nei cassonetti alla ricerca di plastica o vetro da vendere per pochi spiccioli.

Gli amici messicani si rabbuiavano per qualche istante, poi scuotendo vigorosamente la testa e mi ripetevano: “No, no, no! Bisogna aver fiducia nel futuro. Anche tu, Dario, devi averne.”

Chi raccoglie meglio la verità? I messicani o gli italiani?

Come spesso succede, quando si hanno domande, arrivano anche risposte.

La settimana scorsa, per lavoro, ho trascritto un'intervista che una studentessa messicana ha fatto ad un professore di architettura italiano. Da come parlava, il professore dava l'aria di un perfezionista nevrotico. Uno di quelli che va in escandescenze se si esauriscono le batterie della macchina fotografica e lui vuole fare un'ultima foto alle rovine di un tempio etrusco. Poi però ha detto qualcosa che mi ha colpito molto e ve lo riporto.

Dice il professore:

"Io sono una persona molto meticolosa, cioè io guardo il dettaglio su tutto perché lavoro con amore. Se io devo cucinare, cucino con amore. Non bisogna essere pigri. Il macellaio per tagliarti una fetta di carne può utilizzare un coltello o tre perché il primo coltello serve per tagliare il primo pezzo di carne, poi c'è l'osso quindi deve cambiare coltello, poi c'è un'altra parte più sottile e cambia coltello. E' una questione di sensibilità. Qualsiasi cosa fai, falla con amore, con sensibilità. Se tu non hai sensibilità, sei una persona pigra. E' solo una questione di sensibilità. Se non ce l'hai non riesci a vedere nulla, non riesci a scoprire niente."

Queste poche righe mi hanno illuminato. Da spettatore passivo che scommette su ciò che gli riserva il futuro è meglio diventare una persona assorbita totalmente nelle azioni quotidiane per amore al prossimo, coltivando giorno dopo giorno la sensibilità e l'intuito. Il resto, semplicemente, non importa.

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