La Cantina
domenica 6 dicembre 2015



La cantina messicana è un aspetto importante dell'immaginario di questo paese. Nei film è teatro di sparatorie o di lunghe bevute per dimenticare le delusioni d'amore: “Ti amavo tanto ma sei andata con un altro, donna disgraziata ed infelice.”

Per prima cosa, diciamo che la cantina è un posto per uomini. Negli ultimi anni, in qualcuna, è comparso timidamente o meno, anche il gentil sesso ma, alle origini, era un ambiente maschile, come il barbiere.

Sono bar piuttosto spartani, almeno qui ad Aguascalientes.

L'ingresso è sempre protetto da un vestibolo per impedire ai passanti di ficcanasare e le finestre sono piccole o con vetri smerigliati o alte sempre per lo stesso scopo.
Sono locali semplici e spartani: tavoli di legno o di plastica e un bancone. Nella maggioranza dei casi pareti e pavimento sono piastrellati per facilitarne la pulizia. In alcune, quelle storiche, sotto il bancone, dal lato del cliente c'è una lunga griglia che permetteva di orinare senza il fastidio di interrompere la conversazione per andare in bagno.

Intendiamoci, lì la gente non va a degustare vino d'annata, con l'outfit nuovo e gli occhiali da sole sulla testa. Non va nemmeno per stare in piedi a mandare messaggi con il cellulare. In cantina ci si va per bere e si beve al novanta percento dei casi tequila o birra.

I barman e i camerieri sono uomini di mezz'età, con i capelli grigi che si muovono con una classe di altri tempi.
Appaiono come persone semplici e inermi ma, in realtà, hanno alle spalle una grande esperienza nell'attenzione al cliente; sanno ascoltare inguaribili chiacchieroni e buttare fuori con garbo ubriachi molesti.

Sanno quando mettere davanti al naso del cliente un piattino di noccioline per rallentarne l'afflusso di alcool nel sangue e riescono a distinguere una bottiglia di birra vuota a venti metri e, quando questo accade, prontamente si avvicinano e propongono: “otra?”

A volte dispensano pillole di saggezza perché hanno sentito così tante volte le stesse storie che sanno qual è la frase di circostanza più appropriata.

Le cantine aprono il pomeriggio e chiudono la sera tardi.
C'è sempre gente; a volte molta, a volte poca. Un'occhiata alla pancia degli avventori è sufficiente per capire se si beve molto o poco e con che regolarità. Alcuni, i più tenaci, hanno il corpo che pare essere fatto apposta per sprofondare in una sedia di cantina.

All'interno di alcune cantine c'è musica, quella classica messicana, con trombe e voci baritonali.

A volte, a beneficio dei clienti, c'è un jukebox. Chi mette su musica ispirato dal sentimento, poi di solito canta, e, dipendendo dal talento, agli altri può andare bene come male.

A volte entrano mariachi professionisti, o chitarristi che si mettono a disposizione degli avventori: “Mi suona, questa, questa e questa” e loro cominciano a cantare.

Alcune cantine hanno uno schermo al plasma appeso in un angolo che viene lasciato muto sulle partite di calcio o su canali tematici della televisione via cavo.

Ogni tanto arriva anche da mangiare. Una tazza di brodo di gamberi, dei tacos, noccioline, chiccharron (pelle di maiale), fagioli e tortillas. 
Andare per cantinas, è come entrare in un film, ma poi ci si accorge che quello che succede non è una rievocazione del passato, è reale, attuale, autentico e l'aspetto incredibile è che tu ne fai parte.

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