Quello che so sulla corruzione
sabato 27 giugno 2015


Ultimo giorno di università per un gruppo di studenti di giurisprudenza e la loro ultima lezione è stata “Italiano livello 5”, con me.

Le ragazze sono tristi, qualcuna piange, hanno il presentimento che non si vedranno più (questo è vero), e che perderanno entusiasmo e gioia di vivere per convertirsi in grigi automi (anche questo è possibile), tuttavia ci saranno momenti di felicità e di soddisfazione anche nella vita adulta (che non immaginano neppure).

Propongo un esercizio; devono raccontarmi, in italiano, un'esperienza universitaria che portano nel cuore e che ha cambiato la loro maniera di vedere il mondo.
Non deve essere per forza una lezione o una materia; basta un episodio, un discorso, un incontro.

Alza la mano un giovane avvocato e mi racconta di aver assistito al corso tenuto da un professore preparato e carismatico, uno di quelli che non ha studenti bensì discepoli.

Quel professore faceva dei gran discorsi sul futuro del Messico; il destino di questo paese, sosteneva, dipendeva dai valori umani come l'onestà, la trasparenza, la giustizia e la meritocrazia, pilastri del progresso e della giustizia sociale ed era dovere morale di tutti viverli e diffonderli nella famiglia e nelle istituzioni.

Chi ascoltava rimaneva a bocca aperta con il desiderio di diventare, un giorno, brillante e perfetto come quell'uomo.

Più tardi scoprirono che quel professore, fuori dall'aula, era un corrotto e il sogno si infranse.

Dall'esperienza gli studenti capirono una cosa: qui in Messico le cose funzionano così.

Vengo da un paese piuttosto corrotto, l'Italia e ora vivo in un paese decisamente corrotto, il Messico.

Ho anche vissuto per un periodo in un paese immacolato dal punto di vista della corruzione: la Norvegia. Durante quel periodo ho avuto l'opportunità di conversare con un politico locale il quale esprimeva preoccupazione per certe vicende della politica italiana e voleva che io gli chiarissi alcuni meccanismi sociali del Belpaese.

Era un uomo pratico, non ragionava sui massimi sistemi bensì su certezze che sono sotto gli occhi di tutti.

Mi disse che anche in Norvegia esistono interessi particolari, persone o gruppi di potere che cercano di raggiungere i loro scopi. Le regole in Scandinavia sono forti e rispettate perché così si evita che l'ambizione possa nuocere alla società.

In Italia ed in Messico invece sono i singoli o i gruppi di potere ad essere più forti delle leggi.
E' una società, se vogliamo, più naturale, darwiniana dove solo gli individui “migliori” prevalgono.

E per migliore intendiamo, quelli che sanno adattarsi all'ambiente, alle regole del gioco.

Né gli italiani né i messicani sono molto orgogliosi della corruzione, di solito risolvono il problema accusando la élite politica di inquinare tutta la società.

Il punto però è un altro.

Un giorno ne discutevo con una mia alunna che lavora nella redazione del quotidiano locale.
Mi disse: “Il problema della corruzione è che è insita dentro ognuno di noi. Tutti vogliono risolvere un problema, avanzare nella scala sociale, avere un bel lavoro e sembra che non ci siano alternative.”

Prendiamo il caso di un maestro che si è fatto dieci anni di insegnamento con contratto a tempo determinato, senza contributi per la pensione e senza vacanze pagate con il timore, a fine semestre di essere licenziato.

Un maestro, in tali circostanze, sogna una cosa sola: la plaza, una cattedra, un posto fisso. Anche in Messico esistono concorsi pubblici ma, per il momento, sono solo dei rituali vuoti ed inutili. La plaza è di vitale importanza per la politica e non la si spreca assegnandola banalmente al miglior maestro.

Se i concorsi sono taroccati, i maestri scelgono un'altra strada. Si avvicinano ad un politico e si mettono a disposizione. Può darsi che debbano aiutarlo in campagna elettorale mettendo a disposizione la propria rete di conoscenze o abilità professionali o una somma di denaro.

Se il politico viene eletto e non perde la memoria, aiuta il fedele maestro ad ottenere un posto fisso forse meritato, forse no.
A questo punto il maestro ottiene sì il posto di lavoro ma, allo stesso tempo, è legato ad un patto con il potere politico che lo ha sostenuto. Non è più autorizzato a compiere delle scelte autonome; alle riunioni deve votare e sostenere le scelte del suo gruppo anche se è in disaccordo, anche se il suo gruppo spara cazzate. 

Chi perde la propria integrità, diventa un corrotto. Il che non significa che sia necessariamente una persona ributtante, priva di valori e di scrupoli. Conosco corrotti che amano la propria famiglia e morirebbero per salvarla, ci sono corrotti leali con gli amici.
Il corrotto è una persona che ha ottenuto un favore e deve pagarlo; è l'ingranaggio di un meccanismo perverso più grande di lui.

Qui ho fatto il caso del sistema scolastico ma gli stessi meccanismi si possono ritrovare in altri ambiti pubblici e privati.
A volte il sistema è così sottile che è difficile da percepirlo.

Vi faccio un esempio. Il sindaco, ogni settimana, partecipa ad un programma radio durante il quale i cittadini possono chiamare e fargli una petizione. La gente chiede di riparare una perdita d'acqua, di chiudere una buca sulla strada e altre cosucce che potrebbero essere risolte rivolgendosi direttamente agli uffici competenti.

Però no.

Meglio chiedere direttamente al politico. E lo fanno in radio. Il messaggio sottile ripetuto a cadenza settimanale è il seguente:

“Le istituzioni non ti aiutano, il potere sì."

Il pensiero dominante dei miei conoscenti messicani sull'argomento è:

“La corruzione è qualcosa di cancerogeno però se vuoi ottenere qualcosa qui in questo paese devi imparare a surfeare con destrezza la grande onda marrone.”

Fra gli italiani che vivono in Messico, le reazioni sono invece diverse: frustrazione o rassegnazione. C'è anche qualcuno, una minoranza, che la vede come folckore locale.

Proprio in questi giorni, ho ascoltato su youtube una conversazione del filosofo indiano Jiddu Krishnamurti. Interrogato sul tema diceva: “Se vuoi rimanere libero non toccare la corruzione.”

“Questo è rimanere soli”, commentava il suo intervistatore. “Essere liberi vuol dire rimanere soli”.

Voi che ne pensate?

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