Perché aprire un blog quando si espatria
mercoledì 22 aprile 2015



Vi ho mai raccontato come sono diventato un blogger? Credo di no.

Durante l'estate 2010 sono stato in Norvegia; si trattava di un lavoretto estivo, dovevo piantare abeti e diradare piantagioni di pino silvestre.

La Norvegia del nord non brilla per l'effervescente movida notturna perciò un sabato sera, per combattere la noia cominciai a navigare in internet.

Cercavo notizie di italiani che vivessero in Norvegia, magari ce n'era qualcuno vicino. Mi imbattei in questo blog e trascorsi la serata a leggerne i post. Il concetto del blog mi piacque e, tecnicamente, non era molto difficile aprirne uno.

La scrittura è un passatempo che mi ha accompagna da tutta la vita; scrivevo racconti come questo e ho un'amica alla quale invio lunghissime lettere dense di fatti e di riflessioni. L'amica legge tutto e risponde; è una santa.

Dopo un paio di giorni nacque il mio primo blog: “Dalle foreste norvegesi”, un misto di sospiri malinconici e articoli un po' più tecnici sulle utilizzazioni forestali.

Appena giunto in Messico, aprii “Dalle Foreste Messicane” ma questa volta ero mosso da ambizioni.

Sognavo di raccogliere migliaia di lettori sparsi per il mondo, affascinarli a tal punto che famiglia e carriera professionale venissero solo dopo l'attenta lettura dei miei post.
Immaginavo fiumi di commenti (tutti positivi), sulla prosa efficacissima, sulla capacità di analisi, sull'acume intellettuale, sull'ironia leggera, fresca, un po' inglese.

E perché no? Magari qualche ragazza che mi inviasse una mail dai toni informali del tipo: “Wow Dario, ma lo sai che sei un gran figo? No dico sul serio, ti ho visto nella foto con quella maglietta arancione sullo sfondo delle piramidi di Monte Alban e non ti riesco a togliere dalla mente. Sì, lo so, tu sei un tecnico forestale che insegna italiano part time e io una povera top model costretta a vivere nella noia fra Parigi, Milano e New York, viaggiando nel gelo della business class, bevendo pessimo Champagne e sopportando tutto il tempo flash ed interviste di cattivo gusto. Come mi piacerebbe abbandonare tutto e raggiungerti. (Macchie di lacrime, bacio con il rossetto allegati alla mail tramite scanner)”.

Leggevo tonnellate di articoli su internet che titolavano: “Le dieci cose da fare per aumentare i visitatori del blog” o “I tredici errori da evitare” “Cosa dire” “Cosa non dire”.

Giunsi anche a delle conclusioni mie. Eccole.

Per diventare un grande blogger devi:

- Scrivere in inglese che è una lingua franca che si parla in tutto il mondo.

- Parlare di temi trasversali di grande interesse: crescita personale, politica, sport, informatica ecc.

- Dotare il blog di un template professionale.

- Essere originale.

Nel caso particolare dei blog di espatriati italiani, leggendone in grande numero, ho notato che:

- Le autrici hanno più lettori che gli autori.

- Le autrici con figli hanno più lettori delle le autrici senza figli.

Riconosco di essere lontano da questi scenari. Con i fedelissimi di “Dalle foreste messicane” potrei organizzare una cena in pizzeria.

Quindi il blog non mi ha regalato nessuna soddisfazione? E' stata solo una grande perdita di tempo?
No, al contrario, di belle sorprese ne ho ricevute, e tante.

Grazie al blog, sono stato intervistato all'interno del programma Check-In su Radio2, sono diventato parte di un'istallazione artistica esposta ad una mostra di Venezia, ho avuto modo di partecipare al progetto thegraitcomplottoradio.com con “Mezcal” un podcast tutto mio, ho detto due cose nel talk show triveneto funnamboli, sono stato intervistato dal sito "Io torno se", Voglio vivere così, dal grande Aldo Mencaraglia di Italians in Fuga.

Queste sono state esperienze importanti, elettrizzanti, capaci di farti saltellare in cucina in preda ad allucinazioni sonore; sembra infatti di udire applausi scroscianti da tutte le parti.

Poi l'adrenalina cala e la sensazione è quella di aver trascorso un bel pomeriggio alle giostre; e così deve essere, c'è gente che si fa prendere un po' la testa da questo genere di cose.

Ci sono altri regali che il blog mi portato, forse meno chiassosi ma ancora più importanti.

Nel corso di questi anni, alcuni lettori mi hanno scritto raccontandomi episodi della loro vita e condividendo riflessioni intime e profonde; cose che mi hanno aiutato a capire meglio i meccanismi dell'esistenza o a percepire la bella sensazione di sentirsi umani.

Qualche lettore, ha addirittura fatto una deviazione nel suo itinerario di viaggio, per venirmi a salutare ad Aguascalientes.

Non si può rimanere indifferenti a tanto affetto. Pare incredibile che in un mondo che va in fretta, ci sia ancora tempo per raccontare qualcosa di intimo, senza maschera, senza il desiderio di impressionare, solo condividere, chiedere un'opinione o dare il proprio punto di vista su un argomento. Solo questo.

C'è un immagine che descrive questo fenomeno: il bivacco dei viaggiatori. 
Pensate ai tempi antichi, quando le persone viaggiavano a piedi o su di un asino. Verso sera, stanchi della giornata, ci si sedeva attorno ad un fuoco e scambiando qualche parola con altri viaggiatori. Si parlava della strada fatta e di quella da compiere, delle eventuali minacce e delle cose belle.

Infine ci si addormentava e l'indomani era un altro giorno per tutti.

Ecco, per me scrivere e leggere blog, è un'esperienza molto simile a questa.
E' uno dei miei rituali serali. C'è chi, come me, scrive mentre altri preferiscono suonare la chitarra, fumare una sigaretta guardando la luna o portare fuori il cane.

E' una maniera per dire e dirsi: "E' tutto a posto!"








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