La crisi dell'espatriato
sabato 4 aprile 2015


 
Abbiamo visto nelle scorse due settimane come nasce l'idea dell'espatrio e come si pianifica. Oggi ci occuperemo invece dell'integrazione nel paese straniero, nel mio caso, il Messico.

L'integrazione è un processo più o meno lungo diviso in fasi. Molti autori ne riconoscono tre:

1) Sorpresa
2) Smarrimento
3) Adattamento

Io invece ho voluto essere un po' più articolato:

1) Fase del turista
2) Fase di "un piede di qua e l'altro di là"
3) La fase del lutto
4) La fase dell'ineguatezza
5) La fase dell'adattamento

La fase del turista

Quando giungerete in Messico, i primi giorni saranno memorabili. Le giornate sono chiare e luminose, il cielo è azzurro intenso, l'orizzonte è vasto e il clima mite. 
Scoprirete i rumori della città: la campanella del venditore di gas, gli autobus, i taxi, il richiamo degli ambulanti. 
Ogni cosa, ogni nuovo piccolo dettaglio, vi regalerà gioia: i colori delle case, le uniformi scozzesi degli studenti, le facce sorridenti, i giardini verdi e perfettamente curati, i bar lungo le strade, le locandine degli eventi culturali, i banchetti dei libri usati, gli artisti di strada, le vecchie botteghe, i bambini che giocano per strada.

Le vostre preoccupazioni si scioglieranno come muscoli sotto il tocco esperto del massaggiatore. Ci sarà spazio per progetti, pensieri positivi.

La sera conoscerete gente nuova, curiosa della vostra storia, che vi incoraggerà. Parlerete con i taxisti e vi stupirete di quando bello e piacevole sia chiacchierare in maniera genuina con sconosciuti che non sono ostili, anzi disponibili e solari.

Vedrete molti bambini e ragazzi giovani passeggiare lungo le vie, la sera c'è sempre festa. Non ci sono ordinanze del sindaco che intimano di spegnere la musica alle nove e mezza di sera.

Durante queste settimane penserete: “Ecco, il Messico è davvero un bel posto.”

La fase di "un piede di qua e uno di là"

Questa fase è parallela a quella “del turista” anche se dura un po' di più. 
Io, all'inizio della mia avventura messicana, scrivevo lunghe mail ai miei amici italiani chiedendo loro notizie. Facevo commenti su quanto accadeva in Italia, ascoltavo il telegiornale alla radio. Sul blog scrivevo articoli nei quali confrontavo alcuni aspetti della mia città d'origine, Verona con Aguascalientes. Pensavo a progetti nei quali potessi coinvolgere associazioni e aziende italiane (e avevo preso anche qualche contatto).

Leggevo le e-mail dell'associazione di volontariato di cui ero membro in Italia, commentavo e proponevo soluzioni a problemi che non mi appartenevano.

La fase del lutto

La festa finisce in un paio di settimane, massimo tre. L'entusiasmo iniziale si ridimensiona, capite di non poter stare con un piede in Messico e l'altro in Italia. Si riduce così la corrispondenza con gli amici italiani. Realizzate inconsciamente che l'Italia è ormai lontanissima.

Quando perdiamo qualcosa di personale, dal semplice portafoglio a un parente o un amico la nostra mente avverte il vuoto e scatena una reazione psicologica necessaria ma assai spiacevole: il lutto.

Nel mio caso, per mesi non ero stato cosciente di aver perso tutto: le abitudini, gli amici, la famiglia, il lavoro, le montagne, la bicicletta. La mia concentrazione era altrove.

L'incosciente però soffriva e mi trasmetteva molti segnali. Perdevo peso e capelli, la barba me la facevo quando ne avevo voglia.

Mi alzavo dal letto senza sapere cosa mi sarebbe successo; era come camminare in un'immensa pianura vuota. Non avevo un lavoro, non sapevo nulla del mio futuro.

Camminavo scoraggiato lungo i marciapiedi bruciati dal sole in scarpe da ginnastica, pantaloni di cotone e maglietta.

La notte ero tormentato da sogni ricorrenti. Uno era davvero tremendo. Per una ragione ignota dovevo tornare all'università per sostenere un esame di aggiornamento. Incontravo i miei compagni di corso che erano sereni. L'esame era un orale piuttosto facile. Tutti lo superavano senza problemi. Poi, quando era il mio turno, la memoria si faceva melmosa, non riuscivo a ragionare e venivo bocciato.

Di tutto questo mi lamentavo con i miei conoscenti messicani che mi consideravano un tizio piuttosto pessimista e privo di volontà. Non potevano sapere che ero in lutto perché neppure io ne ero a conoscenza.

Fase dell'inadeguatezza

Questa fase è sorta parallelamente a quella del lutto. Cercavo lavoro e non lo trovavo, davo appuntamento a qualcuno che poi non si presentava. Provavo a stringere amicizie ma senza risultato, anzi qualcuno mi trovava addirittura antipatico. 
Quando cominciai ad insegnare all'università ricevetti commenti quali “devi migliorare il tuo spagnolo”, “mi sarei aspettato più carattere da parte di un maestro”. Uno studente addirittura mi disse: “Usted me saca de onda.”, lei mi fa girare le palle.

Quando collaborai ad un progetto di educazione ambientale, una ragazzina di ventitré anni che, per qualche strana ragione, era la coordinatrice del progetto, riferì: “Dario apporta commenti molto poveri e i suoi risultati sono scarsi”.

Una volta mi invitarono a presentare il mio paese in una caffetteria la quale, il mercoledì sera, proponeva eventi per fomentare l'interesse alla pluriculturalità.

Io volevo fare il brillante e parlare dell'Italia con spirito ed ironia come facevo in Italia nelle scuole, quando parlavo di educazione ambientale in stile cabaret Zelig, raccogliendo grande successo.

La mia presentazione, quella sera, fu un disastro. Il pubblico non rideva o sorrideva a denti stretti. Con il senno di poi credo di essere stato molto presuntuoso e inopportuno. Probabilmente avrò detto anche qualcosa di offensivo per la sensibilità locale. Per mesi mi vergognai amaramente, e anche ora, che ricordo l'esperienza, sento che mi brucia ancora.

In Italia non potevo considerarmi un professionista affermato però, all'interno della mia cerchia, ero stimato e riconosciuto. I colleghi si avvicinavano a me in caso di problemi fiduciosi nelle mie possibilità. 
E in Messico, cosa mi stava succedendo?
Ecco cosa mi stava succedendo, ragionavo così:

Sono una persona normale → Ciò che faccio è normale → Chi fa cose molto diverse non è normale.  
I messicani invece ragionavano così:
Siamo persone normali → Ciò che facciamo è normale → Chi fa cose molto diverse non è normale.
Semplificando:
Dario → I messicani non sono normali.
I messicani → Dario non è normale.

A nessuno dei due era venuto in mente che la “normalità” assoluta non esiste.

La fase dell'adattamento

Ero uno straccio. Non sapevo dove sbattere la testa e sapevo che in quelle condizioni non avrei combinato nulla. Una regola di vita a me sconosciuta recita:
"Possiamo sempre uscire dalle situazioni difficili, per farlo dobbiamo trovare una soluzione, per trovare la soluzione, dobbiamo percorrere un cammino, per percorrere un cammino dobbiamo fare un primo passo, il primo passo può essere compiuto in qualsiasi direzione".

(Non è una frase di Confucio e nemmeno di Paulo Coelho, è mia, redatta in stile falso orientale e quindi è meglio non diffonderla.)

Ecco brevemente gli step della mia esperienza personale.

1) Un giorno lessi questo post su brandelli di un mondo bizzarro di Fabio Pulito. Il post citava il libro: “lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta” che scaricai da internet e lessi avidamente. Il libro affermava che il divino (la bellezza) è ovunque anche fra gli ingranaggi perfetti del motore della motocicletta.”

2) Affascinato dalla filosofia zen lessi un altro libro “Lo zen e l'arte del tiro con l'arco” del tedesco Eugen Herrigel. Capii l'importanza della disciplina e l'attenzione ai dettagli (per esempio la respirazione) per svegliare in noi la bellezza dell'assoluto.

3) Non sapendo che altro leggere sullo zen digitai su google, “zen” e conobbi il blog Zen habits di Leo Babauta. Capii qualcosa di fondamentale.

I nostri pensieri sono influenzati dalle nostre azioni.

Ogni giorno dobbiamo ritagliarci tempo per la nostra crescita personale.

Il nostro tempo è limitato.

Tutto succede ora.

4) Cominciai a focalizzarmi sulle nuove abitudini: rifare il letto tutte le mattine, andare a correre, frequentare una palestra, scrivere un diario personale e meditare per affilare l'attenzione e rimanere concentrato sul presente.

La dolorosa fase di lutto e di inadeguatezza mi avevano asciugato come la carcassa di una capra abbandonata nel deserto. Andai da una dietologa e seguii le sue istruzioni per aumentare di peso. Il lavoro su me stesso mi ridiede un minimo di fiducia ed energia.

5) Ora che ero più attento, notavo dettagli che prima mi sfuggivano. Per quanto riguarda la comunicazione il mio spagnolo era decente, però, fino a quel momento, avevo ignorato il linguaggio non verbale.

Come salutano i messicani? Come esprimono le loro idee? Che parole usano? Che tono usano? Cosa li diverte? Cosa li scandalizza? Cominciai a muovermi come un messicano. Alcuni atteggiamenti mi parevano strani, come prendere congedo in una festa affollata salutando ad uno ad uno tutti gli invitati. Però imparai a farlo. 

Ottenni i primi risultati quando un collega messicano mi confessò: “Ma tu non sembri nemmeno italiano.” Non si riferiva al mio aspetto fisico (poco messicano), né al mio accento (molto veneto) né alla mia accuratezza linguistica (sì faccio ancora alcuni errori), bensì al mio atteggiamento che si armonizzava a quello della cultura locale.

6) Un altro aspetto che avevo trascurato era l'abbigliamento. Ero arrivato in Messico con i vestiti che portavo in Italia: scarpe da ginnastica, polo, jeans, magliette. Questa è una tenuta accettabile in Italia ma qui, così si vestono gli adolescenti. Con l'aiuto di questo blog, rinnovai il guardaroba. All'università ora andavo vestito da docente universitario: eleganti scarpe di cuoio camicia su misura comperata qui, pantaloni formali e giacca. Questi cambiamenti fecero sì che da maestro: “Me sacas de onda” diventai un “maestro d'eccellenza”, con diplomino firmato dal rettore che attestava la mia professionalità.

Conclusioni

Per integrarmi nella società messicana ho vissuto la dolorosa fase del lutto e dell'inadeguatezza collezionando una serie di magre figure e di esperienze spiacevoli che però mi fatto capire quali erano i miei limiti.
Ho preso in mano la situazione e ho lavorato su me stesso e sul mio modo di comunicare con la società messicana.

Vorrei dirvi che è stato semplice che non mi sono mai sbagliato e che adesso sono una persona completamente realizzata. Invece sono soltanto un tizio che percorre serenamente il cammino del suo destino, consapevole di aver superato i primi grandi ostacoli di un'avventura imprevedibile come l'espatrio.

Non è detto che ciò che ho qui descritto capiti a tutti quelli che vanno a vivere all'estero. Esistono persone più forti e positive di me che superano i momenti di crisi con più facilità ma altre, ahimé, gettano la spugna e ritornano a casa.

E voi che mi leggete da paesi lontani ed esotici, come è stata la vostra esperienza di integrazione?

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