Perché si espatria
lunedì 23 marzo 2015


 

Introduzione

Alle scuole medie e alle superiori almeno un paio di temi all'anno erano dedicati alla questione dell'immigrazione. E' bene accogliere gli immigrati? In cosa bisogna essere tolleranti e in che cosa no?
Immigrazione e povertà nel mondo, immigrazione e delinquenza, immigrazione e razzismo. A dire il vero non ricordo bene che cosa scrissi in quei temi.
Ciò che è certo è il fatto che io, da emigrante, non mi ci vedevo nemmeno nei sogni. La mia città, Verona, era grande, la mia Regione, il Veneto grandissimo e l'Italia un paese così grande che forse non avrei mai conosciuto completamente.

Il mese scorso, dopo quattro anni di permanenza in Messico, ho ricevuto il documento migratorio di Residente Permanente; in altre parole io, quello che scriveva i temi sugli immigrati, sono a mia volta un immigrato.

In questa serie di post racconterò la mia esperienza di espatriato, parlerò delle fasi di adattamento ed integrazione in Messico vissute sulla mia pellaccia.

Certo sono consapevole che ogni individuo è un mondo e la mia storia personale non ha nulla di universale, credo però che in qualche aspetto altri possano riconoscersi e dire: “Ah, questo è successo anche a me, perdinci.”


Prima di partire

Una scelta importante non si compie così, alzandosi la mattina, a freddo. “Ecco, me ne parto per il Messico.” e neppure consultando fino a notte fonde centinaia di siti internet per confrontare il costo della vita, la vivibilità delle città, il numero di figli per donna, ecc.

Studiamo invece il nostro passato come bravi archeologi e troveremo degli episodi determinanti, episodi nei quali inconsciamente abbiamo ridotto gli infiniti destini potenziali a uno, che è il nostro presente.
All'università






Quali sono stati questi episodi nella mia vita?

Il primo italo-messicano che ho conosciuto molti anni fa era un bambino. E' stato durante un campo estivo e, a prima vista, non avrei mai pensato che avesse origini messicane. Gli chiesi se fosse vero che in Messico si usassero i cappelli grandi. “Sì certo” mi rispose. “Qualcuno li porta.” Di quel bambino persi le tracce, oggi non ricordo né il suo nome né il suo volto.

Beh, non è questo l'episodio determinante. Questo semmai rappresenta un granello di Messico presente nella mia infanzia.

Per tutta l'adolescenza il Messico fu solo un paese fra i molti, un paese, va detto, che compariva nei meravigliosi film di Sergio Leone che io guardavo e riguardavo fantasticando ad occhi aperti l'epica del western.

Da adolescente, il mio sogno di vita era un altro; volevo specializzarmi in scienze forestali per andare a vivere a Laste, una frazione del comune di Rocca Pietore. E' un paesino affascinante, pare uscito da un racconto di Dino Buzzati. Quando immaginavo il mio lavoro, mi vedevo con gli scarponi in perlustrazione lungo i sentieri e a casa, la sera, mi avrebbe aspettato una bella ragazza locale, bionda e con gli occhi azzurri.

Qual'era la mia mappa mentale?

L'esistenza, pensavo, era una serie di esperienze che poggiavano su di un solido sistema sociale.

Quando terminavi la scuola elementare, saresti passato alle medie, dalle medie alle superiori e poi all'università.

Dall'università al lavoro. In che modo? Semplice, in una maniera simile ad un'iscrizione scolastica. Si mandavano un po' di Curriculum vitae in giro e si partecipava ai colloqui di lavoro.

Perché avrebbe dovuto funzionare? 
Non so se fossi il solo a pensarlo ma alla mia generazione avevano ripetuto: “Se sei bravo a scuola farai strada nella vita” o “Con un titolo di laurea si apre un ventaglio di buone proposte di lavoro”. Secondo le testimonianze di chi si era laureato negli anni novanta, ciò era vero.
In quegli anni il fratello di un amico si era preso il lusso di mandare il Curriculum vitae ad una nota azienda che produce intimo femminile solo per sostenere un colloquio davanti ad una bella ragazza.

All'università, la priorità, era quella di superare gli esami con buoni voti. Nessun professore specificava che il suo corso era squisitamente accademico e che per presentarsi nel mondo da professionisti competitivi lavoro bisognava imparare altre cose... molte altre cose.

Per liberare il requisito di conoscenza dell'Inglese, per esempio, ho letto un articolo scientifico in lingua originale per poi tradurlo. “Il tuo inglese fa schifo”, mi disse il docente firmando il libretto. Ad ogni modo sia lui che io sapevamo che dall'Italia non mi sarei mosso.

Ero uscito dall'università con il titolo di dottore senza sapere una cosa basilare; per riuscire a crearsi un lavoro è necessario intercettare un bisogno e soddisfarlo nel migliore dei modi. E se il bisogno non ci fosse, quelli proprio bravi, riescono addirittura a crearlo.

Molti coetanei considerano invece il lavoro un semplice diritto.

“Sono medico, voglio lavorare in un ospedale, ho la laurea, ne ho il diritto.” Mi sento vicino alla loro frustrazione ma è come se io gridassi: “Ho la patente, voglio correre in Formula Uno”.

La questione del lavoro, in questa nostra epoca globale, è complessa.

Ma torniamo noi. Ancora non vi ho detto quali sono stati i fattori determinanti della mia scelta.

Dopo la laurea, come avrete capito, non ho trovato impiego così, per mantenermi attivo, ho optato per il Servizio Civile.

M'integrarono in una squadra che valorizzava il Parco delle Mura di Verona. Raccoglievo i rifiuti e tagliavo l'erba. Tuttavia, la raccolta di profilattici e siringhe, almeno in teoria, non è compito dei laureati.
Sono l'omino alto in verde fra i volontari di Legambiente



Proprio in quel contesto di degrado capii una cosa importante:

Ciò la maggioranza della gente pensa è un illusione. I profilattici erano veri, ciò che mi avevano raccontato del mio futuro non esisteva.
Quel lavoro doveva farmi schifo per le mie ambizioni, invece ricordo quei giorni con molta nostalgia. Quel lavoro, per umile che fosse, era importante.

Lavoravo con altri volontari internazionali e con dei colleghi che avevano avuto esperienze che mi affascinavano. Uno aveva vissuto dieci anni a nell'isola del Madagascar e l'altro tre anni in Bolivia. I loro resoconti mi lasciarono a bocca aperta. Avevano lavorato fianco a fianco a persone straniere, portando avanti progetti di grande impatto sociale come scavare un pozzo o partecipare ad un programma di educazione sanitaria per debellare alcune gravi malattie.

Eccola, la prima vera esperienza determinante. Nei miei sogni ad occhi aperti, ora mi vedevo lontano, vivendo frugalmente ma portando avanti progetti importanti. Questo ero io!

Lavoravo con altri volontari stranieri. Erano giovani provenienti da tutto il mondo; si fermavano tre mesi a Verona per partecipare al progetto di rivalorizzazione delle antiche mura cittadine.

La sera si organizzavano feste attorno al fuoco e si parlava. Molti di quei ragazzi avevano progetti, volevano conoscere il mondo. Andare lontano per loro non era difficile. Basta solo cercare su internet e scrivere qualche e-mail. Basta solo parlare decentemente l'inglese.

Parlare inglese! Ecco!

Per la prima volta in vita mia mi iscrissi ad un corso di lingua. Il maestro era un inglese vero, di Oxford, si chiamava Allan.
Aveva un sistema d'insegnamento diverso dai professori italiani e feci progressi e il fatto di progredire in una disciplina che credevo aldilà delle mie possibilità, mi motivò.  

Un giorno Allan mi raccontò la sua storia. Qualche anno prima, faceva il cameriere in un ristorante ad Oxford, un lavoro come un altro ma un giorno, osservando dalla finestra il cielo grigio si disse: “E se fossi in una calda spiaggia brasiliana, o nel lontano Giappone, o in Francia, o perché no, nella bella Italia?”

Si poteva fare? Certo che si poteva fare. L'insegnamento dell'inglese sarebbe stato il suo passepartout. Seppe cosa voleva e vide la sua strada così partì.

Fu proprio in un gruppo di volontari che conobbi alcuni messicani che mi invitarono a conoscere il loro paese. Mi proposero di restare tre mesi.

Cosa successe in quei tre mesi ve lo racconto la prossima volta.

Conclusioni

Dopo la laurea avevo realizzato che il mio modello teorico: "il sistema ti sostiene e ti protegge" era falso. Ciò mi ha permesso di coltivare sogni ad ampio orizzonte. Durante il servizio civile ho conosciuto tanti giovani che amavano il mondo e che volevano esplorarlo, almeno in parte. Inoltre ho fatto conoscenza con persone che erano state per molti anni in paesi molto diversi dall'Italia facendo esperienze importanti e un maestro di inglese che mi ha fatto capire che imparare una nuova lingua è possibile e anzi divertente.

Con questa nuova premessa potevo uscire dall'Italia, almeno per un primo sopralluogo.

Ora a voi! Quali sono state le ragioni del vostro espatrio?

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