Lo scambio di favori
martedì 10 marzo 2015


Un sabato sera passeggiavo per il centro di Aguascalientes senza particolari pensieri, quando udii qualcuno che mi chiamava: “Ehi, maestro Dario”.

Marcos (nome inventato) mi venne incontro. Sorrideva, un po' ubriaco, nei suoi abiti da gran serata, in compagnia di una ragazza carina.

Marcos mi diede la mano e mi chiese come stessi.

Tempo fa lo ebbi come alunno in un corso d'italiano e fu davvero un'esperienza conoscerlo.

I suoi compagni gli avevano affibbiato dei soprannomi quali “il corrotto”, “il maneggione”, “il politico”.

Marcos era un ragazzo sorridente e pulito. Capii ben presto che si trattava di uno studente molto particolare perché, anziché studiare la materia, studiava me.

Mi osservava con attenzione mentre facevo lezione, in realtà aspettava la pausa per rivolgermi la parola.

Ci sapeva fare Marcos, non era troppo formale, cercava di evitare le distanze ma, allo stesso tempo, non manifestava apertamente un atteggiamento da amicone casomai ci tenessi alla mia posizione di docente.

Volle fin da subito informarmi sulla natura delle sue attività extracurricolari. Faceva parte di un'associazione studentesca e ciò gli consentiva una certa vicinanza con i dirigenti accademici e con i politici locali. Mi fece capire che quest'influenza, alla bisogna, era a mia disposizione.

Le associazioni studentesche sono un ambiente particolare della società messicane. Vi entrano molti ragazzi animati da buone intenzioni ma altri, più navigati, che le usano come trampolino di lancio. Qualcuno le considera il vivaio della politica.

Per i suoi compagni di corso Marcos era un trafficone.

Lo consideravano con un po' di disprezzo ma anche come un punto di riferimento in caso di guai. Se all'interno di un corso sorgeva un problema, per esempio bisognava far saltar fuori un pullman per andare ad un convegno in un'altra città, Marcos faceva in modo di risolverlo. Ed era piuttosto bravo.

Questione di agganci, diceva lui; coltivare le relazioni giuste.

Buttandola sullo scherzo mi propose di uscire una di quelle sere e di andare a bere qualche informale birretta.

Risposi che dopo il corso c'era la tradizionale pizza di classe tutti insieme. Non si poteva fare qualcosa prima, magari uscire in petit comité? No non avevo tempo.

Qualche settimana dopo, un suo compagno di corso, mi parlò di uno strano procedimento al quale era stato sottoposto Marcos.

Su richiesta di alcuni docenti, aveva dovuto presentarsi davanti ad una commissione universitaria a spiegare come riuscisse a superare gli esami viste le numerose assenze e lo scarso impegno dimostrato durante i corsi.

Non so come Marcos si difense da queste accuse, di certo non gli mancava l'eloquenza; credo lo fece con intelligenza, perché non ci furono provvedimenti contro di lui.

Marcos seguiva le mie lezioni, gli esami non gli andavano bene ma il ragazzo non era uno stupido, anzi, aveva buone potenzialità. Sembrava però non credere nelle sue qualità di studente.

In un'occasione mi spiegò meglio il suo punto di vista.

Disse che il Messico è un paese complicato se non si conoscono i meccanismi che lo regolano. Ci muoviamo per ottenere risultati, per andare incontro ai nostri obiettivi. Il successo o l'insuccesso dipendono da come muoviamo le nostre pedine sulla scacchiera sociale.

Se, ad esempio, consegnava una proposta di progetto sul tavolo di chi conta con sopra una bottiglia di vino argentino per evitare che una corrente d'aria spostasse le carte, nessuno aveva niente da obiettare e di solito la proposta veniva approvata.

Ti interessa lavorare ad un progetto che abbia qualche possibilità di riuscita o preferisci scontarti con un muro di silenzio o una scusa frettolosa, del tipo che i soldi sono finiti?

Tu decidi.

Marcos non mi raccontava queste cose con arroganza anzi aveva con me un atteggiamento disponibile, voleva che capissi.

Dal canto mio, anche se il suo discorso aveva una sua logica, non mi convinceva del tutto.

Gli chiesi se, allo scenario che mia aveva descritto, non preferisse un mondo un po' più trasparente. Gli confessai che per certi temi sociali coltivo visioni utopiche. Marcos mi rivolse un ampio sorriso comprensivo, uno di quelli che si riservano agli utopisti e non aggiunse altro.

Passò del tempo.

Un giorno mi rivelò che durante i fine settimana lavorava in un bar, teneva la contabilità, e mi disse l'indirizzo. Ma laggiù non c'è la zona a luci rosse della città?

Certo. Non aggiunse altro ma questo bastò a farmi capire che, se avessi voluto una prostituta a buon mercato, sarebbe bastato chiedere.

Sapevo che Marcos era un bravo ragazzo, non mi forzava a fare nulla, non mi chiedeva esplicitamente nessun favore però, nel non detto, c'era tutta una potenzialità di scambio di favori.

Un giorno, durante la pausa, parlammo.

Gli chiesi perché non si applicasse un po' di più nella mia materia. Si trattava di un livello elementare, i temi non erano così complessi da non potersi comprendere ed assimilare. E poi, gli dissi, quando l'esame va bene, senti come una sensazione piacevole nel petto, si chiama soddisfazione. Ed è bello provarla.

E' una sensazione che fa star bene, pompa l'autostima e ci proietta verso nuove sfide. Che ne dici? Eh?

Marcos non passò il mio corso ma non se ne ebbe a male. Gli proposi di riprovarci il semestre seguente. Mi riferirono che tergiversò e non si iscrisse, così lo persi di vista.

“E' un piacere vederti maestro” mi disse quella sera in centro.

“Anche per me” risposi.

“Ti auguro buona serata” disse.

“Anche a te.” risposi.

Fatti pochi passi riuscii ad udire Marcos confidare alla ragazza: “Italiano... l'unica materia in cui non avevo influenze...”

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