La colazione di lavoro
mercoledì 28 gennaio 2015


 
Non avevo mai lavorato per una “Corporation”, cioè un'impresa grande e competitiva, guidata da logiche di mercato con lo sguardo proiettato nel futuro ma con i piedi appoggiati su solidi valori.

In passato, avevo chiacchierato con dei coetanei che lavoravano per multinazionali ed erano sempre in giro per il mondo, in giacca e cravatta, ad assistere a riunioni importanti.

Per quanto mi riguardava, un posto di lavoro disciplinato, un'organizzazione ordinata, un sistema meritocratico, avrebbero senz'altro dato la svolta alla mia precaria situazione di maestro in Messico. Magari sarei entrato in una di quelle grandi famiglie benevole che avrebbe colto le mie potenzialità facendomi diventare una star di professionista.

L'occasione arrivò da una prestigiosa scuola privata messicana. Intendiamoci: la numero uno.

Il sogno di molti professori è quello di insegnare lì e farci carriera e poter dire agli amici: “Ehi, io sono uno di loro.”

Avevano bisogno di un maestro di italiano e così mi feci avanti.

Qualche settimana dopo ero invitato alla colazione dei maestri che avrebbero insegnato il seguente semestre.

Prima c'erano state due lunghe settimane di corsi di formazione non retribuiti, tuttavia mi piaceva l'idea di fare quattro chiacchiere informali con i miei nuovi colleghi davanti ad un piatto di uova e fagioli.

Il luogo della colazione era il palazzetto dello sport della scuola prestigiosa che era stato preparato con tavoli rotondi, sedie ed un buffet. Notai anche tre megaschermi, di quelli che si usano durante i concerti. Mi avvicinai ad una collega argentina che avevo conosciuto durante la formazione e cominciai a chiacchierare con lei, poi si avvicinarono altri nuovi maestri ed insieme esprimevamo l'entusiasmo, l'emozione ed anche il timore per questa nuova avventura.

Ricordo che c'era calore, affiatamento.
Intanto facevano ingresso nel palazzetto, strani soggetti in camicia bianca e cravatta. Avevano facce lisce, taglio di capelli formale e pancetta. Alcuni erano biondi e parlavano tra loro in inglese. Avanzavano con passo da imperatore romano. Mi ricordavano vagamente i mormoni e non mi venne la voglia di andar loro incontro per stringergli la mano.

Un maestro senior ci diede un biglietto con un codice che sarebbe servito per capire a quale tavolo ci saremmo dovuti sedere.

Una voce all'altoparlante annunciò che i maestri di quella scuola prestigiosa dovevano sempre uscire dalla loro area di comfort e misurarsi con nuove sfide. La sfida di quella mattina era quella di sedersi ad un tavolo con sconosciuti per socializzare. Lasciai a malincuore la maestra argentina e cercai il mio tavolo.

Sedetti.

Ero da solo.

Dopo circa venti minuti giunsero altri maestri piuttosto disorientati. Sedettero e si misero ad osservare il vuoto. “Esci dalla tua zona di comfort, Dario”, mi incitai.

- Buongiorno! - Dissi al mio vicino di destra.

- Giorno... -

- Mi chiamo Dario.

- Felipe Rubalcava. (Nome inventato)

- Che materia dai?

- Storia.

- Tu?

- Italiano. - La conversazione terminò così.

Mi voltai a sinistra.

C'era un giovane in giacca e cravatta tutto assorto in qualche sua considerazione. Aveva la barba e i capelli neri e ricci. Si torturava il mento ed osservava il suo cellulare. Non sapevo se stesse cercando una soluzione ad un'equazione di quinto grado o se il problema era rispondere ad un messaggio.

Alzai lo sguardo e, ai tavoli, la maggioranza dei presenti dialogava con il proprio telefono.

Finalmente l'evento ebbe inizio. I megaschermi si illuminarono e comparve la figura del maestro di cerimonia che ci diede il benvenuto. A parlare poi furono i dirigenti della scuola prestigiosa. I loro discorsi un po' barocchi comprendevano esempi grandiosi fatti di aquile e di cambiamenti. Usavano molto la parola “futuro”, “impresa” e la parola “ispiratore”. Dagli schermi venivano proiettate le presentazioni Power Point che si alternavano a primi piani dei loro visi. Al termine degli interventi, bisognava applaudire e la telecamera riprendeva i maestri che applaudivano.

Non si trattava di discorsi del tutto positivi e rassicuranti, anzi, in profonda sintesi si potevano così riassumere: “Se non sei all'altezza, sei fuori”. Poi, finalmente, si interruppero per poterci permettere di passare a buffet. Fu un bene perché avevo la pancia che brontolava e, per dissimularlo, dovevo stringermi lo stomaco con le mani incrociate.

Non c'erano uova, non c'erano chilaquiles ma solo piccoli pezzi di pane, un po' di prosciutto e tazze di caffè di qualità miserabile.

Dopo un quarto d'ora, fu richiesta la nostra attenzione. Ci sarebbe stato l'intervento sulla creatività, su come realizzare lezioni divertenti.

Venne un tizio con delle valigie e ci invitò ad alzarci. Parlava al microfono con un ritmo isterico da venditore di pentole. Quello che disse o il senso del suo intervento non lo capii ne lo seppi mai.

Mi dispiace, è probabile che mi sia perso qualcosa di fondamentale.

Però, ad un certo punto, prese un grosso ragno peloso e lo mise sulla mano di una maestra mentre i colleghi scattavano foto con i cellulari. Il ragno si muoveva incerto sulla mano.

Il tizio venne dalla mia parte e porse una valigetta che non era altro che un lettino da massaggi pieghevole.

“Non volete farvi un bel massaggio? Coraggio!” Montammo il lettino e una maestra in tacchi alti, si tolse la giacchetta del tailleur e ci si tuffò. Dal momento che alcuni freni sociali erano stati rimossi i colleghi maschi cominciarono a massaggiare la maestra. Io non sapevo cosa fare, dopo un momento di esitazione, allungai la mano e provai la consistenza del fianco della sconosciuta.

- Beh dai – pensai: - Non c'è male.

Poco dopo si assisteva al caos più totale. L'oratore continuava con il suo discorso, i maestri (alcuni di loro indossavano un costume da animale) si facevano fotografie con il cellulare e alla fine tutto terminò con un grande applauso scrosciante.

Ecco che cos'era l'istruzione di qualità superiore che non avevo mai ricevuto.

Mi grattai nuca e abbassai lo sguardo. - Mio Dio. - Pensai.

Poi ripetei: - Mio Dio.

Uscii da quella colazione come si esce da una presentazione di un'azienda che fa vendite piramidali.

Nei mesi seguenti, quando cominciai a lavorare per quella scuola prestigiosa, ebbi modo di riflettere sul significato di lavorare per una corporation e cosa la corporation vuole da te e capii meglio la depressione soft di Fabio Pulito che a questo genere di vita preferì quello da perenne viaggiatore di Francesco Narmenni autore del blog Smettere di lavorare.

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