Il bibliotecario
sabato 19 luglio 2014



Javier (nome inventato) chiameremo il giovane bibliotecario protagonista di questo post.

Prima di essere bibliotecario Javier faceva il sorvegliante part time all'università e, ancora prima, un'infinità di altri lavori. Javier oltre a lavorare è anche studente di scienze politiche.



Per un semestre Javier è stato mio alunno d'italiano ed è proprio in quel contesto che ho avuto modo di conoscerlo bene. Come non notare un alunno vestito da guardia giurata?

Dopo quel semestre abbiamo continuato a vederci; nelle ore buche, se ero in vena di chiacchiere, lo andavo a cercare all'entrata dell'università e mi trattenevo ad ascoltare i suoi discorsi.

Javier è un ragazzo poco più giovane di me, mulatto, con grandi occhi scuri leggermente sporgenti e dei lineamenti del volto che ricordano vagamente quelli di uno squalo. Quasi sempre lo vedevo con l'uniforme del vigilante universitario: un paio di pantaloni blu, una camicia bianca e scarpe nere che la polvere e il sole avevano reso lise e spente.

“Se solo non fosse per il sole”, si lamentava Javier in aprile e maggio, quando la radiazione qui diventa fastidiosa anche per le lucertole.

Javier è un tipo timido ma, quando rompe il ghiaccio, è capace di parlare per ore.

Durante la sua adolescenza, mi raccontava, aveva girato il Messico in cerca di fortuna. All'epoca aveva energia e tanta voglia di fare.

Trovò impieghi in varie parti del Messico, alcuni abbastanza redditizi altri invece solo molto faticosi. Nelle sue peripezie si era spinto fino all'isola di Cancun dove era stato assunto in qualità di sorvegliante.

Era un ambiente strano quello, raccontava Javier, quasi tutti gli altri vigilanti erano dei tossico dipendenti, alcuni proprio fuori di testa. C'era un ex militare che aveva combattuto contro gli zapatisti in Chiapas che amava deliziare i presenti con particolari cruenti del suo lavoro sporco nella selva.

Pare che Javier e i suoi compagni dovessero sorvegliare un terreno del quale nessuno conosceva il proprietario e i suoi affari ma, ad ogni sorvegliante, venne fornita una pistola da infilarsi nella cintura e la consegna: “Che nessuno entri, che nessuno parcheggi vicino”.

Anche la polizia veniva spesso a far loro visita. Distribuiva droga omaggio ai tossici e quelli, colmi di gratitudine, insistevano perché si fermassero a pranzo.

Ogni tanto qualche vigilante, troppo pieno di alcool e di coca, cadeva dalla sedia in preda alle convulsioni. Gli altri, per nulla impressionati, gli praticavano una manovra, una specie di colpo al petto. Quello si riprendeva, ringraziava e continuava la bevuta.

Credo che in questo ambientino simpatico e stimolante Javier si sia posto delle domande. Che fare della sua vita? Meritava forse qualcosina di più?

Si iscrisse a scienze politiche e si trovò un lavoretto part-time per mantenersi.

Javier amava parlarmi delle sue teorie sul comportamento dei messicani. Secondo il suo punto di vista si tratta di una società gerarchica le cui relazioni si basano sul potere e la forza.

Sosteneva che ciò si nota bene all'entrata dell'università; passa infatti l'accademico che tira dritto senza salutare e la studentessa che si prodiga in ossequi e sorrisi ma solo perché non ha con sé la tessera dell'università e non vuole parcheggiare fuori.

Javier pensa che questo modo di rivendicare la propria posizione sociale e il proprio potere deriva dalla bassa autostima, congenita nel popolo messicano.

Proprio per questo, se doveva dire a qualcuno di rallentare con la macchina o che lì non si poteva parcheggiare, doveva metterla giù come se la persona gli stesse facendo un favore.

“Dai amico, parcheggia un po' più avanti altrimenti il mio capo mi fa storie”.

Se avesse detto lo stesso concetto un po' più diretto era probabile che l'interlocutore si offendesse e rifiutandosi di cooperare.

Io ascoltavo Javier con grande interesse un po' perché credevo che molte delle sue osservazioni fossero corrette, inoltre trovavo affascinante scoprire come il cervello umano agisca e reagisca in maniera diversa a seconda del luogo geografico dove è cresciuto.

Javier una volta mi mise in guardia anche dalle donne. Nei posti di lavoro, affermò, la maggioranza del gentil sesso è conservatore; le donne non amano le battute o il sarcasmo. Se sospettano che sei contro il sistema mettono in giro voci che, dopo molte giravolte, arriveranno all'orecchio del superiore e saranno certamente un ostacolo alla carriera.

Se sono proprio bastarde commentano alle tue spalle: “Secondo me lui non è all'altezza” e questo commento viene ripetuto in continuazione, passa di bocca in bocca fino a quando si trasforma in una verità.

Javier considerava il suo scetticismo come una forma di prudenza. Secondo lui solo gli uomini prudenti e calcolatori hanno qualche probabilità di farcela.

A volte dovevo fare io la parte dell'ottimista; dire che tutto sommato la vita non è così spietata e che ci sono momenti belli per tutti se si ha la mente abbastanza sgombra per notarli.

Un giorno Javier mi informò che aveva fatto domanda come bibliotecario dell'università.

Quando un giorno vidi che avevano sostituito il vigilante, capii che ce l'aveva fatta così mi decisi ed andai a trovarlo.

Javier indossava una camicia bianca, dei pantaloni formali e scarpe lucide.

Mi parve, alla sua maniera, radioso. Certo, secondo lui, doveva stare attento alle segretarie, al calo degli studenti, ai tagli di budget ma sapeva che aveva superato un gradino che era più vicino a quello che voleva diventare.

“E adesso?”

“Da qui a tre anni voglio diventare impiegato esecutivo”.

E allora “Échale ganas”, dacci dentro.


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