Una francesina in Messico
martedì 6 maggio 2014

 
Ho letto da qualche parte che i francesi sono come gli italiani di cattivo umore. In un'opera minore, dopo aver paragonato la donna ad una specie di animale domestico, Schopenhauer, afferma che che in Francesi stanno all'Europa come le scimmie all'Africa. Che esagerato!

Più di qualcuno, nel corso degli anni, mi ha commentato che i francesi sono senz'altro snob e freddini.

Quando conobbi personalmente ragazzi e ragazze francesi in Italia, mi diedero un'altra impressione; il contesto era quello dei campi lavoro internazionale e si trattava di persone simpatiche, aperte, autoironiche e amanti delle crepes. 

Certo, quando avevano i nervi, strizzavano gli occhi, stringevano i pugni e pronunciavano parole dure, ma non notavo in questo grande differenza con gli italici.

I francesi mi mostrarono foto di valli verdi, con laghetti e ruscelli, paesini di campagna, coste. La lingua, va beh, è un po' difficile; l'avevo studiata alle medie ma non ricordo quasi niente ad eccezione di insegnanti nevrotiche che urlavano e scrivevano note di demerito.

Ora che sto studiando francese all'università di Aguascalientes va decisamente meglio.

Il Messico è meta ambita dai giovani francesi, le relazioni diplomatiche fra il Messico e la Francia sono buone, qui l'offerta culturale francese è ottima e ben organizzata attraverso i centri di cultura alliance française.

Il primo francese che incontrai in Messico era un ragazzo più o meno della mia età con una P tatuata sul collo che si era improvvisato maestro di francese in un piccolo e squallido collegio del centro (lo stesso nel quale avevo trovato impiego io).

Vista l'analogia di situazione tra me e lui, una volta gli proposi di uscire per una birretta. Mi guardò con molta attenzione inclinando leggermente la testa di lato e aggrottando le sopracciglia. Credo considerasse, la mia, una proposta terribile e fuori luogo. Infatti me lo disse: “Guarda, se vuoi parlare con me, puoi farlo durante le riunioni di istituto.”

La simpatia, l'interesse, la solidarietà che provavo nei suoi confronti scomparvero immediatamente. Le nostra nostra relazione divenne buon giorno e buona sera, anzi bonjour et bonsoir.

Quando poi iniziai a studiare francese, conobbi l'assistente Charlotte (nome inventato), una ragazza originaria della Bretagna.

La prima volta, entrò in aula vestita con jeans troppo lunghi, arrotolati sulle caviglie, una maglietta lisa e anfibi violacei.

Vederla mi ricordava quelle notti di bonghi e vino in cartone consumati in piazza Dante a Verona. Il suo volto aveva un'espressione dura. Stimai inoltre che non si lavasse i capelli da tre o quattro giorni. L'unica parte veramente bella erano gli occhi color grigio perla che permettevano di entrarle nell'anima e la rendevano un pochino vulnerabile.

Senza salutare disse che ci avrebbe parlato della francofonia nel mondo e lo fece aiutandosi con una presentazione Power Point. Alla fine della lezione si lasciò andare ad una serie di considerazioni del tipo che lei era una persona franca e diretta non come i messicani che dicono di sì a qualche proposta per poi non presentarsi; che lei era una persona matura ed indipendente, non come le messicane che si fanno mettere incinte per poi scontare la pena recluse a vita in casa.

Insomma, se voleva degli studenti per i suoi club di conversazione, non stava giocando le carte giuste.

In ogni caso, io decisi di andarci ai suoi club di conversazione; se avesse continuato con quel tono però l'avrei messa al suo posto; ferire nel profondo una ragazza è una cosa che mi riesce piuttosto bene.

Nel club si presentò e, sempre senza salutare né guardarci in faccia, disse: “Gioco o conversazione?” Nessuno capì e lei ripeté: “Gioco o conversazione?” Scegliemmo il gioco.

Era un gioco dell'oca con domande alle quali bisognava rispondere in francese come per esempio: “Qual è il tuo piatto preferito?” o “Cosa ti piace fare nel tempo libero?” 
A lei capitò di dover rispondere alla domanda: “Qual è la cosa per la quale vai orgogliosa nella tua vita?”

Charlotte parve turbata. Titubò prima di rispondere: “Mia sorella... senza dubbio... sì... lei è... super!” 

Ciò mi parve molto interessante perché Charlotte ammise di non essere particolarmente soddisfatta della sua propria vita.

Un'intuizione s'accese dentro di me; la freddezza di Charlotte non era altro che una maschera per celare la propria sofferenza interiore.

Dopo un mese, venne in aula a parlarci di Parigi. Poiché la presentazione terminò presto, le facemmo qualche domanda sulla Bretagna. Io immaginavo questa regione ridente e festosa, stile Asterix, invece Charlotte disse: 

I trentenni bretoni hanno tre destini. Il primo: si sposano, hanno fanno figli e trascorrono tutto il tempo ad accudirli. Il secondo: partono. Il terzo: muoiono di droga e alcol”

Disse che in quei paesetti non succedeva niente di niente, nessuna nuova idea, nessuna proposta culturale, solo ad un giorno ne seguiva un l'altro.

Là, Charlotte litigava quotidianamente con la sua famiglia e la mala politica non la faceva dormire. In Messico la sua esistenza però era migliorata; la vita era più semplice, i paesaggi più vasti, le prospettive migliori. 

Il suo contratto con l'università stava per concludersi e sarebbe tornata in Bretagna ma solo per prepararsi per un nuovo viaggio in Messico con cui avrebbe cominciato una nuova esistenza. Mentre diceva queste cose, i tratti del suo volto si raddolcirono, le rughe di tensione sparirono, le braccia persero rigidità, i suoi occhi bretoni scintillavano; era diventata davvero bella, una francesina da cartolina.

Alla fine ringraziò tutti e io le augurai di cuore buona fortuna.

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