Molotov in concerto ad Aguascalientes
venerdì 25 aprile 2014



Con un po' di reverenziale timore decido di andare al concerto gratuito dei Molotov alla velaria di Aguascalientes. 

Conoscete i Molotov? Qui troverete alcune informazioni sulla band; probabilmente avrete ascoltato (o ascolterete) questa canzone in uno dei programmi culturali di Radio Due, soprattutto quando esce fuori il concetto di lotta sociale (I poveri contadini del Chiapas contro gli opulenti latifondisti).

In effetti Molotov è uno dei pochi gruppi in Messico che dice parolacce, fa denuncia politica e sociale; in altre parole provoca. Chi ha tempo guardi questo documentario

Per tutti gli altri, che ve ne pare della copertina del loro album d'esordio? Si tratta di una ragazzina della scuola media (si capisce dall'uniforme) con le mutande alle ginocchia; titolo dell'album: “Dove giocheranno le bambine?”

Quanto a me, mentre attendevo l'evento, mi chiedevo se non fossi troppo borghese per assistere ad un concerto del genere; maestro di italiano che va in giro con i mocassini in pelle, i pantaloni stirati e la camicia di cotone Oxford con i bottoni sul colletto e che scrive sul suo blog post pseudo spirituali come “Unalbero azzurro fra gli alberi verdi” . Avevo diritto anch'io di saltare e gridare il mio scontento sociale? Forse il pubblico avrebbe fiutato la mia estraneità alla ribellione vedendomi così senza tatuaggi e perforazioni e mi avrebbe malmenato. 

Mi avrebbero creduto se avessi detto loro: “E' il mio spirito ad essere ribelle, lo capite?” I dubbi morali mi rodevano l'anima ma, ad ogni modo, mi misi in coda attendendo il mio turno per entrare nella mega velaria. Dopo pochi minuti però capii che qualcosa non andava secondo le mie previsioni.

Davanti a me, in coda, c'erano due mamme un po' sovrappeso che mangiavano tamales da una vaschetta di polistirolo. Avevano appresso due bambinetti di dieci anni che di lì a poco avrebbero sentito parole quali “Puto”, “Chinga tu madre” e “Verga” amplificate da altoparlanti potentissimi.

Non avevano l'aria delle rivoluzionarie, anzi discutevano sull'opportunità di comprare delle Coca Cole. Nella coda riconobbi anche alcuni dei miei studenti travestiti per l'occasione da punk ed altri in abiti borghesi come se andassero a lezione. 

Moltissimi ragazzi universitari, o giovani lavoratori e qualche professionista; nessun pseudodelinquente, nessun emarginato, zero zapastisti, nemmeno uno che distribuisse volantini, nemmeno un cartello cattivo. 

I giovani bevevano birra ed erano tutti sereni e di buon umore. Facce rasate e fresche di doccia.

Dentro la velaria, il clima era quello dell'approssimarsi di un concerto Rock. 
Degli addetti alla sicurezza perquisivano le persone che entravano mentre alcuni poliziotti armati, non tantissimi, facevano delle ronde di ricognizione. Nel centro della velaria il pubblico gonfiava preservativi e li usava come fossero palloncini, si schizzava con le bottiglie d'acqua, fumava e beveva birra. 

Ogni tanto scrosciavano degli applausi di incoraggiamento.

Poi, con un'ora di ritardo, (siamo in Messico), fecero ingresso i Molotov. Cantarono tre canzoni e il pubblico pareva apprezzare ma non si era stabilito un vero e proprio contatto. Non si fondevano emozioni di rabbia, di voglia di cambiamento, di condanna. No, niente di tutto questo. Il pubblico saltellava e si tirava addosso l'acqua. 

Una mamma addirittura allattava il figlioletto in fasce. 

Va detto che anche l'acustica non era delle migliori; volume alto quanto si vuole ma poco definito. 
Le voci rimanevano dietro al suono distorto di chitarre distorte. Alcune delle canzoni meno conosciute giungevano sotto forma di rumore ritmico. 

Dicevo che dopo la terza canzone uno dei cantanti disse qualcosa come: “Cazzo, ragazzi, ma che cazzo avete questa sera? Adesso vi cantiamo “Cane nero” e spero vi passi questa pigrizia del cazzo.”

Invece il pubblico ondeggiava, si atteggiava ma non mordeva. Ci fu un po' di riscossa con i tre brani più conosciuti dove la gente (anch'io) cantava a squarciagola.

Voi sapete che i gruppi musicali hanno i loro rituali in concerto e i Molotov, ad un certo punto, verso la fine, abbandonano il palco. Vogliono che il pubblico li richiami gridando “Puto! Puto!”, che letteralmente significa, "finocchio" ma in questo contesto si traduce meglio con “Stronzo!”.

Gli abitanti di Aguascalientes conosciuta come la "città della gente buona" pare che siano schivi a dire parolacce, specie “puto”, così optarono per “culero”, stupido.

Insomma i Molotov, capirono l'antifona, tornarono sul palco, cantarono la loro hit: “Puto”, e altri tre pezzi prima di salutare e di andarsene.

Il pubblico sembrava soddisfatto ma forse, sotto sotto, molti di loro avrebbero preferito la Banda Limon.

Ad ogni modo, il mio pezzo preferito dei Molotov si chiama Santo Niño de Atocha. Va sentito rigorosamente a tutto volume. Eccolo qui

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