Il Buddha della Spazzatura
martedì 8 aprile 2014


Il cinese mi allunga il vassoio che contiene il mio pranzo cantonese: una massiccia dose di riso con verdure e una porzione di “Puelco con chile”, come la definisce lui che non sa pronunciare le erre.
Costo della leccornia: 42 pesos, circa 2,3 euro. Pago e il cinese pesca il resto da un portafoglio ricolmo di banconote.
Mentre siedo ad un anonimo tavolo del centro commerciale, mi chiedo dove sta il segreto dei cinesi; emigrano in tutto il mondo e sono sorprendentemente abili a capire come funziona il gioco del commercio: souvenir a Venezia, Spritz a Padova, ristoranti, lavanderie, fabbriche di abbigliamento. 


E poi non dicono mai niente a nessuno; è la popolazione più simile ai fantasmi che abbia mai conosciuto. Ho un'alunna che parla (o dice di parlare) cinese fluente ma, quando si rivolge in questa lingua ad un cinese, questi si allarma e dice di non capire.

Mentre assaporo el Puelco pensando a queste cose, ecco giungere il Buddha della spazzatura.

E' un ragazzo giovane, piccolo di statura e di pelle color del miele, con la testa rasata. Indossa un'uniforme verde, pulita e stirata. 
Spinge un carrello e fa il giro dei negozi. Le commesse in tacchi alti gli consegnano scatoloni, imballaggi e altri rifiuti di cui il negozio intende liberarsi. 

Lui, il Buddha della spazzatura, li riceve, li accomoda nel suo carrello e prosegue il giro.

Il Buddha è nuovo nel centro commerciale, prima l'incaricato era un ragazzino molto diverso da lui. Era uno di quei tipi che in Messico si definiscono con il titolo di “jodido” o de “hijo de la fregada” che in italiano si potrebbe tradurre con sfigato o disadattato (o entrambe le cose).

Ricordo che quel tale camminava tutto storto, con un sorriso cretino in bocca che sembrava dire, “a me la vita non mi ha dato niente”, ma anche “voltati e ti frego”.

Era, insomma, quel genere di persona che i naziskin amano pestare e sprangare.

Va detto che qui in Messico è abbastanza comune il concetto di “vibra”, una specie di energia che gli esseri umani emanano. Questa energia può essere positiva e quindi mette tutti nella migliore disposizione o può essere negativa, come in questo caso. 

Confesso che, anche a me, sarebbe piaciuto allungare di un calcio nel sedere, la lunga lista di sfortune di quel povero diavolo. Tutto per colpa della “mala vibra” che emanava.

Ma con il Buddha è diverso. Nonostante faccia forse il lavoro più umile fra i denigranti incarichi offerti da un centro commerciale, la sua figura fluttua limpida fra i negozi, i suoi movimenti sono perfetti ed armonici come il volo di un uccello, la sua grazia supera quella della donne imbellettate che curiosano fra gli scaffali, la sua nobiltà oscura il gretto materialismo dei panzoni in occhiali da sole che conversano con l'I-phone giocherellando con chiavi di macchine che il Buddha non possiederà mai.

Il Buddha lavora ma allo stesso tempo insegna. Insegna senza parole, senza presentazioni Power Point, ma la sua lezione è ugualmente efficace. 

Ci parla della bellezza, della pace interiore, dell'inutilità di vivere la giornata tormentati da pensieri, da ambizioni, da sensi di colpa o dall'inadeguatezza; semplicemente fare e godere di quello che si sta facendo, fondersi con il proprio lavoro e con la propria esistenza, senza immaginarne sempre una più grandiosa e irreale.

Questo insegna il Buddha della spazzatura e la sua vibra si trasmette placida come un'onda di un lago al maestro di italiano che mangia el puelco e da lì al blog e da lì a te, lontano, che leggi.

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