Storia delle sigarette cinesi e di come andò a finire
domenica 2 febbraio 2014


Venerdì pomeriggio, mi recavo in aula per l'ultima lezione del giorno quando vengo intercettato da due alunne gemelle e piuttosto appariscenti.

Avevano impressionanti fisici a mela, capelli lunghi trattati con gel effetto bagnato, grandi orecchini d'argento a cerchietto e pantacollant che rivelavano gambe e natiche possenti.

“Maestro”, disse una delle due visibilmente preoccupata: “Maestro, possiamo non venire a lezione oggi? Hanno appena arrestato nostro padre”. Fui colto alla sprovvista:


“Certo, ragazze, andate pure, non preoccupatevi della lezione, pensate a vostro padre.”

Quelle salirono sul loro pick up, misero in moto e si allontanarono.
Passò il fine settimana così il fine settimana.

Il lunedì seguente, le gemelle erano in aula, al loro posto, sorridenti e distese.

“Allora” chiesi: “Perché hanno messo dentro vostro padre?”

Mi morsi la lingua, pensavo di essere stato un po' troppo diretto, in fondo erano affari di famiglia, qualcuno potrebbe definirli “panni sporchi”.

Mi guardarono invece con gratitudine, contente di potermi raccontare tutta la storia.

Una delle attività economiche della loro famiglia, mi spiegarono, consisteva nella gestione di un piccolo emporio situato in uno dei quartieri più poveri e problematici della città.

Il negozio apriva molto presto la mattina e chiudeva tardissimo la sera.

In famiglia si erano organizzati con turni. Oltre al padre, lavoravano al negozio le gemelle ed altre sorelle.

Tra gli articoli proposti c'erano le sigarette ma poi, per chi voleva risparmiare, la casa offriva sottobanco una marca di sigarette più a buon mercato perché di contrabbando.

Le chiamavano: sigarette cinesi.

Un giorno però, senza alcun preavviso, si presentarono in negozio una squadra di poliziotti e non avevano affatto l'aria di clienti.

“Il proprietario” ordinarono: “E le sigarette cinesi, entrambi qui alla vista.” Chiamarono il papà che, in casa, si stava asciugando i capelli con un asciugamano.

Il papà fece il suo ingresso in negozio e, con la massima calma, sollevò una cassa da dietro il bancone e disse: “Ecco qui.”

I poliziotti diedero un'occhiata. Annuirono.

“Va bene” dissero: “Adesso però dobbiamo perquisire la casa.”
“Accomodatevi.” Il papà era assolutamente a suo agio mentre le figlie, cominciavano a dare segni di nervosismo. Allora una poliziotta, probabilmente addestrata a contenere crisi isteriche femminili, si avvicinò:
“Oh ragazze” disse con voce mielosa: “Rimanete calme”. I Poliziotti entrarono in cucina e aprirono gli armadietti.

“Vedete ragazze”, continuò lei: “Questa è una operazione di polizia, stiamo seguendo una semplice procedura.” Uno dei poliziotti sollevò il coperchio di una pentola e annusò dentro.

“Non abbiamo niente di personale contro la vostra famiglia. Dobbiamo solo essere sicuri che non ci siano altre sigarette”. Si udirono due agenti ridacchiare in corridoio.

“Se vi sentite nervose è meglio che esprimiate i vostri sentimenti a me, con calma”. Un poliziotto entrò nel bagno. “Se parlate con calma non vi sentirete turbate dalla perquisizione.” Uno dei poliziotti aprì il cesto della biancheria sporca e, senza guanti, si mise a frugare. Entrasse un grosso reggiseno e lo stette a guardare.

La poliziotta rimase con le ragazze per tutelarle e facilitare così la perquisizione da parte degli agenti che, dopo mezz'ora di lavoro, non trovarono niente di compromettente.

“Va bene”. Dissero alla fine i poliziotti rivolgendosi al papà: “Adesso lei però deve venire con noi, è in arresto per vendita di prodotti di contrabbando.”

“Mi metto le scarpe”. Commentò il padre. Lo condussero a bordo di un pick up.
Allora una gemella si precipitò all'università per cercare l'altra, mentre le sorelle rimanenti si stringevano vicino alla madre per tranquillizzarla.

I poliziotti non portarono il padre direttamente in centrale, fecero un lungo giro e caricarono una decina di altri proprietari di empori. La maggioranza reagiva con tranquillità, ma uno si fece prendere dal panico e offrì ai poliziotti un fascio di banconote.

“Io, là non ci salgo.” protestò. Ma ce lo fecero salire.

In centrale, i fermati, vennero separati. Il capo d'accusa era: vendita di merce di contrabbando, la pena consisteva in un annetto di prigione. Le famiglie degli accusati intanto assumevano avvocati pescati in fretta direttamente nel palazzo di giustizia.

In quegli ambienti i fermati potevano facilmente essere pestati, insultati o derubati, per questo era importante intervenire con prontezza.

Al padre delle gemelle non capitò niente di spiacevole anzi, fu accompagnato in un ufficio e lasciato solo e senza manette. Ad un tratto entrò una persona e gli chiese informazioni su una procedura. “Veramente io sarei un fermato.” Ammise il padre.

“Uh” fece l'altro: “Mi scusi.” e uscì. 

Fuori nel corridoio intanto si stava celebrando una festicciola di compleanno e gli agenti erano di ottimo umore. Al padre fu offerta una fetta di torta e un bicchiere di Coca Cola. Trascorsero così momenti piacevoli.

E ora però si era fatto tardi, bisognava risolvere la faccenda delle sigarette prima di timbrare il cartellino e tornare a casa per cena.

Ai fermati venne fatta un'offerta: trentamila pesos sull'unghia e caso chiuso, o sarebbero stati processati e condannati.

Per mettere insieme trentamila pesos, un operaio messicano deve lavorare sei mesi. E' come chiedere ad un italiano qualcosa come quindicimila euro.

I fermati erano circa una decina, c'era in ballo una cifra enorme, se la si considera il bottino di un pomeriggio di lavoro.

Certo bisognava dividerlo. Bisognava pagare lo spione che aveva segnalato i negozi, gli agenti che avevano fatto la retata, la poliziotta psicologa che si era incaricata di mantenere la calma e tutti quelli che avrebbero dovuto chiudere un occhio sul fatto che un carico di fermati sarebbe uscito senza nemmeno che venissero scritte due righe di verbale.

Le famiglie misero insieme i soldi, chi attingendo dai risparmi, chi ricorrendo agli strozzini.

Pare che solo uno dei fermati si sia rifiutato di pagare e quindi condotto alle patrie galere.

La gemella mi raccontava questa storia di contrabbando e corruzione come se si fosse trattato di un imprevisto durante il picnic di Pasquetta.

Io ero scosso; questo fatto era successo nella stessa città dove io vivo e lavoro. Non c'era niente di esotico nel racconto.

Cercai di trarne una morale e la esprimetti: 

“Beh, insomma ragazzi, che fortuna che tutto sia finito bene, beh che almeno nessuno si è fatto male. Come vedete alla fine non conviene poi tanto prendere le scorciatoie e...”

“No, no, maestro, mi perdoni.” Mi bloccò la gemella “Nonostante lo spavento e i trentamila pesos che abbiamo dovuto pagare beh, come dire... sì ne è valsa la pena.” Annuì solennemente con la testa.

Non seppi cosa rispondere, pensai: “qui c'è qualcosa che ancora non comprendo.” così aprii il libro e cominciai la lezione.

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