Perché il Messico ti rende felice!
domenica 23 febbraio 2014


Il 21 febbraio ho compiuto trentaquattro anni così, nel giorno del mio compleanno, mi sono concesso qualche ora di intima riflessione tuffandomi nei ricordi.

Ho riesumato vecchie lettere, appunti e pensieri in formato “doc”, registrati sul disco fisso del computer e gli ho dato un'occhiata. Poi ho pensato: “Cavoli, ero veramente infelice laggiù in Italia.”

Non che la mia vita fosse particolarmente dura o diversa da quella odierna, solo che là tutto mi pareva dannatamente triste e senza via d'uscita.


Scrivevo di esperienze sentimentali finite male, di lavori poco realizzanti e senza futuro, di eventi sociali tragici e di malinconiche solitudini.

Leggendo i blog di italiani che vivono in Italia, capisco non sono il solo e che anzi, questo pessimismo è piuttosto comune. Date un'occhiata per esempio qui.

Il Messico ha agito su di me e mi ha permesso di cambiare qualche paradigma mentale e quindi abbattere ansia e preoccupazioni.

Paradigmi come questi:

E' troppo tardi! In Italia se hai venticinque anni e non sei nel posto chiave sei vecchio e nessuno ti vorrà più assumere, quindi si vive nell'angoscia che tutto vada a rotoli. In Messico la gente è più rilassata; concentrati e prova, dicono. Se va bene, va bene, altrimenti proverai qualcos'altro.

Se non hai molti soldi, vivrai male! Almeno secondo quanto afferma la pubblicità. Niente in contrario a crescere dal punto di vista economico ma, per il momento, ci si può concedere molti lussi che non costano molto (fare sport in un parco pubblico, visitare gli amici, leggere). Se alla quantità, preferiamo la qualità, possiamo condurre la nostra esistenza con una certa classe.

L'Italia non ce la fa, gli italiani sono mediocri. La televisione, i giornali e chiunque incontriamo continua a ripeterlo tutti i giorni, a tutte le ore. Spegnete tutto e aprite la finestra della vostra camera. Vedete qualche disastro all'orizzonte? Udite l'orda barbarica avvicinarsi?

Domani sarà diverso. In Italia io (e la maggioranza dei miei coetanei), sperava in un piccolo miracolo: un annuncio di lavoro sul giornale ad hoc, una chiamata telefonica, o un incontro fortunato. Chissà perché poi non succedeva niente del genere. Qui in Messico, so per certo, che non sarà il caso che mi aiuterà. Se c'è una telefonata da fare, devo farla io.

Quanta brutta gente c'è in giro. Questo capitava quando contattavo qualcuno che non mostrava grande interesse a conoscermi o peggio, si lasciava sfuggire qualche commento insultante. Rimuginavo ferito per settimane solo perché ero convinto che la gente dovesse per forza trattarmi bene. Ora invece so che le persone si comportano secondo la loro natura a prescindere dal nostro valore; se dall'incontro nasce qualcosa di interessante bene, altrimenti passo oltre.

Il Messico è un paese meno nevrotico dell'amata Italia; la gente vive con meno preoccupazioni, gode il presente, progetta il futuro senza troppe angosce.

In fondo, come diceva Bill Hicks:

“Don't worry, don't be afraid because this is just a ride”

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