Storia di Valentina: un'educatrice italiana in Messico
lunedì 15 luglio 2013

Oggi incontriamo e conversiamo con Valentina Dallapè , (la seconda nella foto, partendo da destra), una giovane venticinquenne originaria di Stravino, un paesino della provincia di Trento che si è trasferita in Messico per un'esperienza inusuale ma, come leggeremo, davvero toccante e significativa.




Perché hai scelto di venire in Messico e cos'era per te il Messico prima di conoscerlo?


Ho sempre avuto una forte voglia di viaggiare, di conoscere posti nuovi, di respirare odori diversi, di vivere esperienze insolite, di conoscere storie di vita e situazioni differenti da quelle a cui sono abituata.

Dopo la laurea che ho conseguito in marzo dell’anno scorso, il mio desiderio di fare un’esperienza all’estero è aumentata. Terminato il mio percorso di studi e considerato che, la possibilità di trovare un lavoro stabile e gratificante in Italia, in questo momento, è solo un’utopia, ho deciso di partire realizzando questo mio sogno.

La meta che più di tutte mi affascinava era l'America Latina. L’amore per questa terra deriva dall’esperienza del mio stage universitario che ho svolto nei mesi di ottobre, novembre e dicembre del 2011 ad Aguascalientes, in Messico.

La mia decisione di rientrare proprio in Messico, e non in qualche altro paese latino, è dovuta alle conoscenze e alle amicizia instaurate in questa terra che, senza dubbio, mi hanno reso più facile la mia permanenza qui soprattutto all’inizio vista, per altro, la mia decisione di partire sola, senza aiuto di associazioni o di progetti.

Prima di quest’esperienza per me il Messico era uno stato come un altro, credevo nello stereotipo italiano del messicano basso, cicciotto, col sombrero che fa la siesta.

Ma poi, vivendolo, capisci che non è così. Anche la povertà qui in Messico è relativa. Ho visto di peggio. Si dice poi che il Messico sia pericoloso e che tentino in tutti i modi di ingannarti.

Mah… io ho incontrato centinaia di persone in questi mesi in più città e nessuna mi è parsa così pericolosa. Anzi, sono tutti gentili, dal negoziante al semplice passante, dal ricco al povero ti aiutano in tutti i modi.  In Messico si vive la strada. Tutto si fa in strada, dal cibo al commercio, dalla musica alla piazza dove si chiacchiera o si prende il fresco. In questo Paese, la strada è vissuta come luogo di festa, d´incontro e di vita.

Ci descrivi brevemente le tue esperienze di volontariato in campo sociale in Messico?

Le mie esperienze di volontariato qui in Messico sono iniziate appunto con il mio stage universitario, durante il quale mi sono occupata di alcune problematiche fortemente presenti sul territorio messicano tra cui l’alcoolismo e la violenza.

Inoltre, ho aiutato gli operatori nella gestione dei ragazzi partecipanti ad un servizio di doposcuola parrocchiale. Lo stage che ho svolto in Solidaridad II, uno dei quartieri più poveri e pericolosi della città.

Quest’anno invece, mi sono dedicata ad altro. Ho svolto il mio volontariato in un orfanotrofio di sole bambine, dove ho dato lezioni di informatica e ho aiutato le ragazzine a svolgere i loro compiti. In questa struttura vi sono ragazzine che non hanno i genitori oppure lì hanno ma sono state allontanate dalle loro famiglie, a causa di alcune dipendenze dei loro genitori tali da non permetterle di vivere e crescere in un ambiente sano e protetto.

Nella Casa del Adolescente, una struttura del DIF, Qui ho dato lezioni di italiano e, adesso, sto seguendo un gruppo di ragazzi adolescenti con gravi problematiche correlate alla droga e all’alcool. L’obiettivo è quello di farli smettere di consumare, di aiutarli ed appoggiarli perché possano condurre una vita significativa, per esempio rientrando a scuola, frequentando un’altra cerchia di amicizie, trovando un lavoro…
 
Queste esperienze sono state un'occasione per affinare le mie competenze a livello educativo, sociologico, sociale e soprattutto umano. Mi hanno dato la possibilità di aprire la mente e di acquisire alcune capacità per relazionarmi in un Paese straniero, con cultura, lingua, modi di pensare e di lavorare interamente diversi da quelli italiani.







Com'è stato per te toccare con mano situazioni di vera povertà?

I bambini, i ragazzi e le tante persone che ho incontrato hanno reso la mia esperienza qui in Messico speciale, mi hanno insegnato, con la loro vita e le loro storie, ad apprezzare ogni cosa, anche quelle che prima davo per scontate (come poter bere da una fontana, avere acqua corrente tutto il giorno, avere un padre che non abusa di me).

Si vive in ogni momento in una realtà piena di situazioni di ingiustizia, di povertà e di sofferenza che impressionano e fanno riflettere molto. Si incontrano mamme che devono sforzarsi ogni giorno per riuscire a dare qualcosa da mangiare ai propri figli, bambini e ragazzi che sono privati dei diritti fondamentali, quali il poter vivere in una casa dignitosa, avere una formazione scolastica sufficiente, accedere alle cure necessarie quando si hanno problemi di salute.

Ascoltando le riflessioni e gli sfoghi di questi ragazzi su tutto quello che sono stati costretti a vivere seppur così piccoli, ti rendi conto che la tua vita è semplicemente perfetta così com’è e che il mal di pancia da ciclo, non è dolore. Ti giuro che vederli sorridere, nonostante tutto, riempie il cuore di gioia e fa tanta invidia.

Spesso ti ritrovi a vedere bambine di undici anni già donne, con magari anche un figlio.

Mi sono ritrovata a far un corso di computer a bambine che non sanno più né parlare né scrivere per i troppi traumi subiti.

Beh, credo proprio che tutto questo non lo dimenticherò tanto in fretta, al contrario; mi sta segnando dentro.

Com’è una persona povera? Le persone povere che ho conosciuto io sono generose, vivono alla giornata, non sprecano quello che hanno, ti insegnano che si può essere felici con poco e soprattutto che si può esserlo anche senza l’I-phone, il Mac o i vestiti griffati. Ho avuto la possibilità di fare una missione per Pasqua in un pueblito che si chiama Rincon de Romos e che dire? Lì la povertà è veramente all’ennesima potenza. Eppure non ho mai sentito uno di loro lamentarsi, piangere… anzi questa gente ci ha aperto la porta di casa. Ha diviso con noi il loro cibo, nonostante non ne avessero nemmeno per loro.









A livello di desideri, aspirazioni, modo di concepire la vita, quali sono, secondo te le differenze fra i giovani italiani e i giovani messicani?
 
Le aspirazioni dei ragazzi italiani sono più alte di quelle dei ragazzi messicani, perché, essendo un paese più ricco, è più facile che queste si tramutino in realtà. Per un ragazzo italiano medio è molto più facile studiare, laurearsi e ricoprire uno status sociale importante; realizzarsi professionalmente.

I ragazzi messicani sono molto più indipendenti, molto spesso formano una loro famiglia già in adolescenza. Sono disposti a fare lavori precari, e vivono il qui ed ora, senza pensare troppo al futuro.

Di fatto però un ragazzo messicano che proviene da una famiglia ricca, e ha la possibilità di studiare, alla mia età, ha la possibilità di aprire un'attività propria, avere una macchina e affittare un appartamento. Tutte cose che in Italia sono difficili da realizzare.

C'è qualcosa, secondo te, nella società messicana che nel “primo mondo” si è persa?

La cosa fondamentale è che, dal mio punto di vista, nel primo mondo si sta perdendo è il valore dell’essere, preferendolo alla superficialità dell’apparire.

E con questo intendo che in Italia conta molto di più il marchio della tua giacca, del tuo cellulare, delle tue scarpe, piuttosto che la persona che realmente sei. In Italia la gente fa mutui in banca pur di potersi comprare una BMW, pur di avere le scarpe di Prada o i jeans di Dolce Gabbana, pur di potersi fare due settimane di vacanza. Qui invece la gente esce di casa con vestiti rotti, a volte in pigiama, non si preoccupano di essere giudicati per questo.

Altra cosa che in Messico non si sta perdendo è il gioco dei bambini. I ragazzi di ogni quartiere si ritrovano il pomeriggio al parco a rincorrere un pallone, a chiacchierare, a ridere, a stare insieme ai loro coetanei; in Italia invece televisione, computer e videogiochi vari molto spesso hanno la meglio.

Un aspetto che amo del Messico è la domenica. Adoro sedermi nei giardini in centro città e guardare la gente passare. Ti ritrovi le strade piene di genitori che giocano con i loro figli, di famiglie che sorridono passeggiando, di bambini che si sporcano mangiandosi un gelato…

Le chiese di domenica sono piene di giovani, bambini, famiglie, in Italia invece c’è appena qualche anziano. Il fattore della fede e della religione è appunto un altro punto forte del Messico che invece nel primo mondo si sta a poco a poco perdendo.






Com'è lavorare per un'istituzione messicana? Hai notato differenze rispetto alle tue esperienze lavorative in Italia?

Il lavoro è il punto debole del Messico. Molto spesso per ricoprire certe posizioni lavorative è necessario avere una cerchia di conoscenze importanti.

La pausa pranzo può durare fino ad un paio d’ore, si fanno pause ripetute durante tutto l’orario lavorativo, è concesso l’uso del cellulare personale e, molto spesso, non si rispetta l’orario di entrata. Abituata a lavorare in Italia in aziende private, lavorare qui in Messico, all’inizio, è stato shoccante.

Col tempo poi capisci che ogni Paese ha le sue abitudini, la sua cultura, il suo modo di pensare e di lavorare e non credo sia corretto, da straniera, giudicare e criticare.

Credo che una delle cause di sia il clima. Il sole è molto forte durante tutto l’arco della giornata e, poter pensare di avere la stessa energia che si ha in Paesi più freschi, è impensabile.

Come ti vedono i tuoi famigliari e i tuoi amici dall'Italia in veste di espatriata?

Io sono arrivata qui in Messico ormai quasi quattro mesi fa da sola, senza nessun’associazione d’appoggio, senza nessun progetto alle spalle; semplicemente ho deciso di partire.

I miei genitori sono stati, da subito, molto contrari a questa mia decisione di andarmene, di conoscere e di sperimentarmi in ambienti così diversi e distanti dall’Italia. Vedono tutto ciò come una perdita di tempo, una poca maturità da parte mia, e vorrebbero che mi trovassi un lavoro in Italia e che iniziassi a costruire la mia vita da adulta là.

I miei amici vedono le foto che pubblico su Facebook e si limitano a vedere l’apparenza, credono che la mia vita qui sia basata sul divertimento, sulle discoteche e nient’altro. Io non nego che il Messico mi sta regalando anche tanto divertimento, ma questo non è tutto. Io non voglio assolutamente fare cambiare idea a nessuno su quello che sto vivendo. A volte capita che condivido con alcuni amici delle sensazioni, delle emozioni, dei semplici pensieri su alcune situazioni particolarmente difficili che mi capita di vivere o ascoltare, ma lo faccio di rado.

Credo che per loro, non vivendo tutto ciò, sia abbastanza difficile anche solo provare a capire e ad immaginare i miei racconti, essendo così distanti dall’Italia.

Non sono le persone che fanno i viaggi ma i viaggi che fanno le persone, cosa ti ha insegnato il Messico?

Il Messico, tra le tante cose, mi ha insegnato a dire una parola importante: GRAZIE.

GRAZIE prima di tutto a mia madre per ascoltarmi, per comprendermi, per amarmi, per consigliarmi e anche per tirarmi le orecchie quando sbaglio. Grazie perché tutto questo non è scontato. Ci sono mamme che non si accorgono nemmeno che la loro figlia è rimasta incinta, pur vivendo nella stessa casa, che ha avuto un aborto e quanto soffre per aver perso il suo bimbo.

Cose da brividi. I genitori di questi ragazzi non si accorgono nemmeno che i loro figli rubano oggetti dalle proprie case per comprarsi la droga, per cercare di colmare mancanze e sofferenze.

Grazie a mio padre per parlare con me quando le cose non vanno invece di utilizzare su di me violenze gratuite. Questa è un'altra cosa non scontata.

Alcuni di questi ragazzi non conoscono il dialogo ma solo mani alzate, violenza, grida e insulti. Per questo alcuni di loro, pur di uscire di casa, sono stati disposti a prostituirsi. Per come sono cresciuta io direi che sono cose impensabili.
 
Grazie ai miei amici per accettarmi così come sono con i miei pregi e i miei difetti, con le mie idee, i miei capricci, le mie paranoie infinite. Grazie perché alcuni di questi ragazzi sono costretti a nascondere la loro identità per essere accettati. Sono costretti a vivere la loro omosessualità in silenzio per paura di essere rifiutati dal gruppo. Gli amici di questi ragazzi approfittano delle loro debolezze per farli drogare.
 
Quest’esperienza mi sta davvero insegnando ad apprezzare tutto quello che ho perfino la cosa più banale, a volere il meglio per la mia vita, a non accontentarmi, a voler realizzarmi professionalmente quanto umanamente. A voler conoscere l’amicizia vera, l’amore vero. Mi sta insegnando a capire che tipo di persone voglio vicino nella mia vita e a capire la Vale che voglio diventare.
 
Io non lo so che cosa ho di tanto speciale per meritarmi una famiglia e degli amici come quelli che ho, per essere nata in Italia dove ho potuto studiare e giocare, in cui sono potuta crescere con problematiche proporzionate alla mia età. Non so che ho di così tanto speciale per poter viaggiare e per poter realizzare i miei sogni. Me lo domando un sacco di volte ma non riesco proprio a trovare una risposta.
 
L’unica cosa che voglio e che posso fare è continuare a regalare le mie parole, il mio tempo, i miei sorrisi, la mia voglia di vivere, la mia positività a questi ragazzi e fare tesoro di tutto quello che mi stanno insegnando!


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2 commenti:

  1. Bellissima storia, Dario. In bocca al lupo di cuore a Valentina per il suo percorso umano e professionale, e un abbraccio a te. Torno a leggerti dopo molti mesi trascorsi lontano dai blog; spero che tu stia bene, a presto!

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