La triste storia di John il Canadese
mercoledì 16 gennaio 2013

John il canadese, (John nome inventato) qualche giorno mi inviò un messaggio per invitarmi alla sua «festa d'addio».
Pensai: «Oddio, John il canadese lascia il Messico, devo assolutamente andare a salutarlo».

Premetto, questo tipo non l'ho mai capito a fondo, ma lo considero un buon diavolo.

E' un sessantenne che, per qualche tempo, ha lavorato nella mia stessa scuola di lingue. Un giorno poi si è rivolto alla coordinatrice dei maestri nel momento sbagliato inimicandosela e, qualche tempo dopo, come da copione, fu da lei messo alla porta.

Secondo la versione ufficiale John avrebbe offeso la coordinatrice dicendole «bitch», troia, ma nessuno ci crede, John non è il tipo da dire Bitch a una signora. La verità che in Messico puoi essere sbattuto fuori se non sei simpatico al capo e lui non lo era.

John non era cattivo o arrogante, era leggermente fuori fase. Capirete leggendo.



L'appuntamento per la festa d'addio è stato nel suo appartamento che condivide con due ragazzi messicani. Arrivai puntuale e lui ne approfittò per mostrarmi la casa.

La sala...grande e pulita, la cucina...funzionale poi, perfettamente a suo agio, mi mostrò la sua camera da letto. Aveva attaccato sulla parete alcune citazioni scritte su pezzi legno a forma di cuore. Mi invitò a leggerle; erano in inglese.

Una diceva «La gentilezza è una lingua che possono capire i sordi e parlare i muti», altri erano inerenti all'amicizia, su quel genere lì.

Annuii e sorrisi come un orientale che non capisce bene cosa sta succedendo attorno a lui.

Dopo la camera da letto mi mostrò il bagno spiegandomi che aveva due porte. Una porta metteva in comunicazione il bagno con la sua camera da letto, l'altra, me la indicò, era l'accesso al bagno dell'altro coinquilino.
«Quindi, Dario, quando uso il bagno io, devo chiudere a chiave l'altra porta, e viceversa quando è l'altro a farlo».

Altro inchino giapponese con sorriso da parte mia.

Tornammo, con mio sommo sollievo, nel salone e mi sedetti sul divano. John il canadese mi annunciò che presto sarebbero arrivati gli altri ospiti.

«Ah! E chi sono?»
«Il mio dentista e la sua ragazza». Mamma mia, pensavo, già mi immaginavo quale conversazione appassionante sarebbe sorta di lì a poco.

Arrivò il dentista che era un giovane sotto i trent'anni accompagnato dalla sua bella. Ci salutammo, ci stringemmo le mani e tornammo a sederci sui divani.

Pensai di chiedere qualcosa al dentista per rompere il ghiaccio ma mi resi conto che John aveva qualcosa da dirci. Prese un cofanetto contente dvd.

«In questo cofanetto c'è del materiale molto importante...molto importante». Guardai la copertina che poteva essere tradotta come «Come vivere al meglio il tuo essere uomo».

«E' per gli uomini ma tu» Disse rivolgendosi alla ragazza «Sei benvenuta». Ci diede un libretto nel quale compariva una serie infinita di argomenti.

«Vedete, sono cinquanta dvd. Mi sarebbe piaciuto avere questo materiale quando avevo la vostra età, mi sarei evitato molti problemi... quale volete vedere adesso?»
Adesso? Io pensai: «cazzo». Il dentista invece disse «A me piacerebbe vedere il secondo della serie, per te, Dario, va bene?»

«Certo, e come no.»

Mise su il dvd che altro non era che il sermone di un predicatore evangelico che, una volta premesso che viviamo in un'epoca di grande confusione, prese a raccontare, in un inglese che non capivo bene, le caratteristiche caratteriali e morali ideali del maschio occidentale.

Il predicatore indossava una camicia verde oliva, cravatta marrone e occhiali con la montatura di metallo. Aveva un po' di pancia. Parlava da un pulpito a un pubblico vestito in maniera curiosa che, diversamente da me, lo ascoltava con grande interesse.

Era un discorso vagamente maschilista che sosteneva che la società si sta femminilizzando e che gli uomini devono tornare ad essere re e guerrieri (ovviamente in senso figurato).

Ogni tanto, a sostegno di questa tesi, venivano letti passi della Bibbia.
Questa spazzatura prodotta in Alabama durò quaranta minuti. John annuiva con grande interesse, la ragazza non capiva una parola mentre il dentista aveva un'espressione indecifrabile.

Sapevo che alla fine Jhon avrebbe voluto la nostra opinione.
A me la disputa religiosa piace, io amo fare a fette teorie dogmatiche, le si possono attaccare metodicamente sotto tutti i punti di vista, storico, politico, sociale, buon senso... soprattutto con il buon senso.
Ci si può divertire con la dialettica e, con molta eleganza come un bravo spadaccino, si prepara il colpo mortale.

John però non cercava il confronto, ci stava offrendo quelle che per lui erano parole di luce e quindi non era opportuno attaccarlo. D'altra parte stavo sulle spine perché non avrei mai potuto dimostrare entusiasmo.

Fortunatamente fu il dentista a parlare. Disse che il documentario era molto interessante e che sì, bisognerebbe riflettere di più su questi temi. Guardai la ragazza che annuiva serena.
Non era finita. Ora Jhon mi mostrava un libretto di un gruppo che si chiamava Men Club, spiegandoci che è un club cristiano dove gli uomini si incontrano per parlare di cose profonde.

«Tu, Dario, per esempio quando vuoi parlare di cose importanti a chi ti rivolgi?» La domanda mi sembrava un po' stupida. «Beh» dissi. «Io ho degli amici».
«Ah!» Esclamò grattandosi la testa un po' confuso: «Tanti?»
«In numero sufficiente per le mie esigenze».

Aprii il libretto e vidi che c'erano degli esercizi che John aveva svolto così lo chiusi subito.

Il dentista e la sua ragazza presero congedo, avevano un altro appuntamento. Io rimasi. Parlammo un po' delle nostre vite.

John, dopo quel licenziamento, aveva cercato lavoro come insegnante ma non lo aveva trovato. Aveva insegnato un po' in una scuola superiore privata ma gli alunni lo avevano massacrato e la direzione lasciato a se stesso.

I direttori delle scuole con cui aveva parlato gli avevano promesso grandi cose ma poi si erano dimenticati di lui. E' un classico, anche a me è successo ed è veramente frustrante. In Messico, ricordate, non vi diranno mai di no, ma il valore di un'affermazione qui non è lo stesso che in Europa.

Prima si impara questa, lezione prima ci si integra.

Lo dissi a John.
«Il problema», disse, «è che non voglio andare a elemosinare lavoro o a leccare il culo». Notai che c'era un grande sconforto nelle sue parole. «Me ne andrò a fine mese e non tornerò più. Il Messico mi ha deluso. Cercherò un lavoro in Canada. Qualsiasi lavoro. Poi andrò in Cina o in Corea, lì ci saranno buone opportunità per insegnare inglese.» Questo lo diceva un signore ultrasessantenne.

Poco dopo presi congedo. John, come dicevo, è un tipo strano, un po' sfasato, uno che ti fa vedere il cesso quando lo visiti a casa però posso caprilo.

Un giorno mi raccontò la sua storia. Mi disse che aveva sempre vissuto in una piccola città del Canada e, per trent'anni, ha fatto l'operaio in una segheria. Il Canada, mi spiegò, non sono solo foreste verdi, torrenti pescosi e città dinamiche e multietniche.

In Canada piove, fa freddo e le persone sono solitarie. Se non sei supportato da una rete di persone care, mi disse, sei fragile di fronte alle avversità della vita.

Così, quando sua moglie lo piantò, scivolò nella depressione.

I dottori gli prescrissero delle pillole che non gli fecero per niente bene; disse che lo rendevano odioso agli occhi di se stesso e degli altri.
Vagando nel gorgo nero incontrò un medico cristiano che ridusse la cura farmacologica includendo nella terapia una corsa giornaliera di mezz'ora (da praticarsi con qualsiasi tempo) e la lettura di un libro a scelta. Lentamente la situazione migliorò.

Fece due più due. John pensò che se un medico cristiano lo aveva guarito dalla depressione nervosa che altro poteva fare per lui la chiesa evangelica?
Si avvicinò così alla religione; cominciò a leggere la Bibbia e frequentare i gruppi come Men Club.
Qualche tempo dopo gli offrirono un'esperienza di volontariato in Messico presso una chiesa evangelica di Aguascalientes.

Ho letto il resoconto che ha pubblicato in Internet. John vide il volto di Gesù nei bisognosi messicani, sperimentò la condivisione, il celebrare insieme l'amore di Dio e tutte quelle cose struggenti che vivono le persone religiose in Missione in un paese del terzo mondo.

Da qui il progetto di rifarsi una vita in Messico, aiutando il prossimo. Cosa aveva da offrire lui? La lingua inglese.
Tornò in Messico vivendo come un espatriato europeo di trent'anni: prima in famiglia e poi dividendo l'appartamento con sconosciuti. Pensava di vivere quello spirito di comunità biblico che si instaura quando un gruppo di persone divide il proprio destino per qualche tempo.

Si trovò invece di fronte a quelle difficoltà quotidiane legate alla convivenza e il fatto che i coinquilini non erano esattamente come i membri del Men Club. Non amavano riunirsi per parlare di Nostro Signore, il più delle volte si rinchiudevano in camera ad ascoltare musica.

Insomma il mondo vero è un po' diverso dai percorsi di crescita personale evangelici in cinquanta dvd.

Una volta chiesi a John perché alla sua età, anziché godersi la pensione e andare a pescare, si fosse imbarcato in un'avventura così difficile.

Rispose: «Ogni tanto bisogna fare qualche cosa di nuovo, di scomodo. Solo così cresciamo e possiamo crescere. E si può crescere a tutte le età.»

E' una bella frase che ricorderò. Mi piacerebbe dirgli: «E' meglio capire bene come funziona il mondo perché il mondo non si disturba per capire come funzioniamo noi».

Ma... è meglio di no, non sono un predicatore...

2 commenti:

  1. la storia mi ha fatto ricordare il tempo passato ad Acapulco nella fine degli anni 80 dove conobbi sulla spiaggia un Canadese anche lui come me aveva scelto di vivere in Messico ma di lui non ne ricordo i motivi. Mi è piaciuto il desiderio dell'uomo "sessantenne" che continua ad avere desideri, vivere la vita o forse scappare dai propri pensieri. grazie quindi per la condivisione del racconto. anche noi lettori ora conosciamo Jhon

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    1. Gli incontri in terra straniera hanno sempre un sapore particolare.

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