Avventura con Opus
lunedì 8 ottobre 2012


Un maestro in Messico ha un solo grande problema; mettere insieme un numero di lezioni settimanali sufficienti per poter sopravvivere. La sua giornata tipo è dar lezione alcune ore in una scuola per poi gettarsi nel traffico per raggiungere la scuola successiva in orario.

Il suo sogno è quello di ottenere una plaza, un posto fisso presso una scuola federale che dà diritto ad assicurazione sanitaria, pensione buono stipendio.
Anch'io, ora, mi trovo in questa situazione così, quando un collega dell'università mi riferì che cercavano un maestro di italiano in prestigioso istituto della città, accettai volentieri di incontrarmi con il coordinatore di lingue straniere.


Mi avevano riferito che si trattava di una scuola cattolica ma questo non rappresentava un grosso problema. In fondo, mi dicevo, sono tollerante. Bisogna solo mettersi d'accordo sulle ore, sui libri di testo e sul regolamento scolastico; se poi gli studenti andassero a Messa tutti i giorni o sognassero di diventare santi o cardinali, questi erano affari loro.

Qualche giorno prima del colloquio,scoprii che il collegio in questione era gestito dall'Opus Dei.

Mi ripetevo che dovevo solo dare un corso di italiano, probabilmente si sarebbe trattato di un corso facoltativo, robetta.

Stampai un curriculum, indossai una camicia e un paio di pantaloni formali e mi presentai alla scuola.
La struttura era ordinata e ben tenuta; incontrai sulla soglia un guardiano che mi chiese cosa andassi a fare, scrisse la mia risposta in un blocco notes e mi indicò la segreteria.

Entrai. 

Le segretarie in uniforme mi salutarono e mi fecero accomodare su un divano accanto ad un signore grasso e calvo che sudava copiosamente. 

Nella segreteria c'era fermento. Le segretarie la attraversavano reggendo plichi di carte. C'era un ragioniere dall'aria arcigna che dettava a qualcuno una serie di importi. Vidi su una mensola la statuetta argentata di un santo fra due coppe sportive, appesa alla parete c'era invece una Vergine di Guadalupe ed un crocifisso.

Finalmente vennero il collega e il coordinatore di lingue straniere. Mi fecero strada fino ad una stanzetta che diceva: “Interview Room 2”. 

Forse il colloquio non sarebbe stato breve ed informale come mi aspettavo.
Dentro, la stanza era piccola arredata con un tavolo rotondo ed alcune sedie.
Il coordinatore si sedette difronte a me e mi esaminò. Io feci lo stesso con lui.

Era un uomo piuttosto grande, obeso, con i capelli corti pettinati all'indietro con il gel ed enormi occhi rotondi. Dispose sul tavolo il suo palmare e prese a leggere il mio curriculum. Parlava a voce bassa, sospettosa e buona come certi preti. Fin dalle prime parole che mi rivolse mi parve che considerasse il mondo come un luogo infido e pericoloso da affrontare con estrema prudenza.

La prima domanda che mi rivolse fu riguardo la mia professionalità di docente. Gli illustrai la mia brillante carriera di profe precario.

La seconda domanda se fossi o meno cattolico. “Tecnicamente, sì.” Ammisi.
Allora mi parve che le luci si abbassassero di un poco. Il coordinatore si sporse lievemente in avanti e sibilò:
“Tu conosci la nostra organizzazione?” Fece una lunga pausa. Credo che udii un tuono. “L'Opus Dei?” Fuori un cavallo nitrì disperato.

Mi sentivo in imbarazzo. Era come se il tuo capo ti presentasse una ragazza cicciona e brufolosa con due baffi alla Pancho Villa e ti dicesse: “Questa è mia figlia, che ne pensi di lei?”

L'immagine dell'Opus Dei che si disegnò nella mia mente era quella di un prete spagnolo che delirava: “Pregare, pregare, pregare; espiare, espiare, espiare”

Non mi parve saggio dirglielo.

Ammisi che non ne sapevo granché, dissi che il fondatore dell'Opus Dei era un santo, che si dedicavano alla catechesi e all'educazione e che esistevano praticamente in tutto il mondo.

Questo parve rassicurarlo. Mi disse qualcosa riguardo al concetto di santificare la vita con il lavoro. Se il concetto era, fai bene le tue cose, mi trovavo d'accordo.

Parlammo ancora un pochino del ruolo del maestro. Poi il coordinatore parve rilassarsi.

“Ok, Dario. Fin qui va tutto bene.” Spense il palmare e prese il curriculum. “Venerdì potresti passare per il colloquio spirituale?”

“Il che?”

“Sì, si tratta di un secondo colloquio con direttore della scuola. Dobbiamo essere sicuri che le tue idee e il tuo modo di vivere ed intendere la vita sia conformi ai nostri. Sai, avrai a che fare con dei ragazzi e non vogliamo che siano contaminati da idee.”

Usò proprio il termine contaminare. Idee che inquinano le coscienze.

“Ah, già che ci sei. Vedi come ci vestiamo qui? In giacca e cravatta. Puoi venire vestito così per il colloquio spirituale e per dare lezione? E' un problema?”
“No, chiaro che no”. Già mi immaginavo di salire su un autobus alle sette del mattino, fra gli operai, con il mio unico vestito decente per andare insegnare ai ragazzini italiano. Magari qualcuno di loro mi avrebbe macchiato i pantaloni con le mani sporche di marmellata.

Io e il coordinatore ci stringemmo la mano. Il collega mi raggiunse fuori e mi disse che il colloquio era andato bene e che lì pagavano profumatamente.

Uscii stordito. Decisi di camminare un po'. Non importava se il sole picchiava ed ero su una specie di tangenziale. Dovevo prendermi un tempo per riflettere...(continua)

5 commenti:

  1. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  2. devo confessarti di essere ormai aconfessionale, sebbene ancora "iscritto" al club dei fan di gesù e affini, devo dire che è strano che un "uomo di fede" ammetta candidamente l'avversità della religione per il pensiero, ma prova solo a pensare quante volte, parlando in italiano, sostituiamo il verbo pensare, col verbo credere.

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  3. Ammiro il tuo sangue freddo. Questo è una di quelle situazioni in cui la mia parte impulsiva prende il sopravvento e decide da sola. E posso immaginare benissimo la faccia del coordinatore se esterno le mie idee sul "colloquio spirituale".

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    1. Sì Anna, credo che questo succeda solo lì e nelle scuole coraniche.

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