Il Messico e la povertà II
sabato 7 luglio 2012


Avete mai sentito parlare dei poligoni di povertà? Io prima del Messico, mai.
Per tracciare un poligono di povertà, il tecnico del municipio prende la mappa di Aguascalientes e, utilizzando un programma GIS, racchiude alcune aree urbane dentro le quali, secondo le statistiche, il reddito pro capite dei residenti non fa invidia a nessuno, inoltre, lì, gli autisti degli autobus e i tassisti si rifiutano di entrarvi di notte perché sono fonte inesauribile di notizie di cronaca nera.


I principali interventi sociali portati avanti con discontinuità, secondo le disponibilità finanziarie del municipio e la sensibilità degli amministratori, si concentrano proprio in quelle zone.

Va anche detto che sono aree piuttosto popolose e, per un politico, rappresentano importanti serbatoi di voti; quindi è bene farsi notare proponendo corsi e laboratori gratuiti.

Ai residenti i corsi di superazione personale, anche se utili e gratuiti, non interessano un gran ché così il municipio deve inventarsi qualche incentivo per incoraggiarne la partecipazione. Il più comune è regalare ai partecipanti, alla fine del corso, una dispensa alimentare.

Detto fra noi non sempre le famiglie sono alla fame, svolgendo qualche lavoretto anche saltuario, potrebbero benissimo tirare avanti ma anni di politica paternalista hanno lasciato il segno. 

"Mi dai un quantità di fagioli a fine corso? 
Bene, mi iscrivo, sennò mi guardo la telenovella in televisione e fa lo stesso. Non sono io quello che deve giustificare il fatto di ricevere uno stipendio pubblico."

Fino ad ora mi è capitato due volte di partecipare a questi programmi in qualità di formatore.

Il primo progetto riguardava l'ottimizzazione dell'uso dell'acqua domestica per risparmiare sulla bolletta e ridurre gli sprechi; l'acqua è molto preziosa in un ambiente di semi deserto.
Il secondo invece era infocato sulla sensibilizzazione dei principi di “Carta della Terra”, noto programma etico per la sostenibilità ambientale adottato a livello internazionale.

La novità, per me, era quella di dover lavorare con una categoria di persone adulte etichettate con il titolo generico di “povere” o, più gentilmente: “personas de bajos recursos” e lo avrei fatto in un paese straniero, in un contesto socioculturale diversissimo da quello italiano, parlando in una lingua che non era la mia. 

Alla luce di ciò non era escluso che potesse anche andarmi male.

Durante la pianificazione dei corsi, i miei coordinatori mi avevano descritto i partecipanti come persone simpatiche e tranquille ma, allo stesso tempo, pigre, poco intelligenti ed estremamente a disagio di fronte concetti non elementari. Mi avevano consigliato di rimanere terra terra senza osare avventurarmi in riflessioni che coinvolgessero l'utilizzo di più di due neuroni.

I corsi avevano luogo in scuole elementari che, a differenza di quelle italiane, erano di struttura molto semplice: un cortile di cemento e, tutt'intorno, palazzine di un piano contenenti le aule. Considerata la quantità di bambini, le lezioni si tengono in due turni: il mattutino e il vespertino.

Quando mi avvicinai per la prima volta alla scuola ero piuttosto emozionato.
L'ambiente che incontrai però non era molto diverso dal contesto italiano. I bambini giocavano in cortile mentre un bidello scopava il piazzale e un gruppetto di mamme conversava aldilà della rete. 

Le uniche differenze rispetto alle madri italiane era che le messicane non fumavano, non avevano intasato la strada con i Suv e nemmeno erano in escandescenza in preda a neurosi mai curate.

Vestivano bene, secondo i dettami latini, espertamente truccate e, mentre chiacchieravano con tutta calma, lanciavano occhiate ai propri figli.

I miei gruppi erano composti principalmente da mamme e nonne. A volte vi partecipava qualche adolescente o almeno io le consideravo tali prima di rendermi conto che, nonostante avessero sedici anni, erano già madri e spose al pari delle altre.

Il loro atteggiamento non assomigliava neanche vagamente a quello ambiguo degli zingari o dei disadattati che studiano il sistema migliore per fregarti.
Mi osservavano invece con curiosità per via della mia altezza e dei capelli biondicci, senza però chiedermi apertamente da dove venissi.

“No, non sono gringo”, esordivo: “Sono italiano, avete presente quelli che mangiano sempre pizza e pasta?”

Allora l'istinto materno le vinceva e mi trattavano un po' come un figliolo e un po' come il loro amore impossibile. L'età non contava, le sessantenni erano audaci e amavano “alburear”, ossia parlarmi con doppi sensi.

Io stavo al gioco fingendomi imbarazzato. Mi chiedevano se mi piacesse il cibo locale, la musica e la gente. Il loro atteggiamento era quasi sempre positivo, a volte ingenuo, ma molto umano.

Sì, la sensazione era quella di stare facendo qualcosa di utile non con colleghi o professionisti bensì con genuini esseri umani.

Anche se non avevano finito le elementari, si trattava di persone adulte e da tali le trattavo: davo sempre del lei e non avevo paura a proporre di ragionare.

Si rideva spesso. A volte le signore più anziane mi raccontavano episodi della loro vita piuttosto difficili come la perdita di figli e del marito. Erano storie di miseria, dolorose.

Poi però con una battuta ritornavano al presente. “Cosa facciamo adesso? Cantiamo una canzone? Balliamo?”

I corsi prevedevano infatti momenti di gioco e balli improponibili ad adulti italiani. Le signore messicane invece si divertivano un mondo.

Parlavano della loro povertà con commenti sarcastici come se si trattasse di uno scherzo del destino: “Oggi mi sono alzata e, che credi? Non avevo nemmeno i soldi per le tortillas”.
“Sul serio?”
“Sì, per fortuna ho un po' di pancia!”

In questi ambienti difficili, senza molta istruzione né mezzi economici, ci si sposa, si fanno figli, si cerca di mettere su casa. Da fuori possono apparire esistenze misere, invece da vicino è autentica vita pulsante.

E' gente che per un motivo o per l'altro crede nel futuro: è capace di farsi un viaggio rischiosissimo su un treno merci, passare il confine con gli Stati Uniti e in barba a tutte le leggi rifarsi una vita.

Alla fine dei corsi, dopo la cerimonia di chiusura, nella quale è d'obbligo, di fronte alle “autorità” dichiarare che è stata una bella esperienza, battere le mani e ringraziare, alcuni mi si avvicinano e mi dicono, timidamente, che è stato bello conoscermi.

Io mi scioglievo dalla contentezza.

6 commenti:

  1. Bellissimo. Sembrava di essere lì.
    p. s. : scusa se non ho risposto alla tua mail, ad ogni modo lo faccio qui e ti dico nessun problema (per il discorso degli amici di penna in italiano)!

    Un abbraccio!

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    1. Grazie! Ok! ti metterò in contatto!

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  2. Prima cosa: bel blog! Sono contento di averlo scoperto.

    Seconda cosa: credo non sia impossibile trovare ambienti simili in Italia, penso a certe borgate, o un quartiere (povero) della cittadina da cui vengo dove c'è ancora un realtà "da villaggio", con le vecchie che d'estate portano la sedia fuori dalla porta di casa e stanno la sera a chiacchierare. La povertà è una grande impronta interculturale. Per esperienza personale, quando sei in viaggio e qualcuno condivide cibo e birra con te, senza che tu lo conosca, di solito è tutt'altro che ricco.

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    1. "Quando sei in viaggio e qualcuno condivide cibo e birra con te, senza che tu lo conosca, di solito è tutt'altro che ricco!"

      Questa è una gran bella frase, degna di un grande viaggiatore!

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  3. che bel post! non è strafigo insegnare, quando poi la gente alla fine ti dice anche "bel corso, sono felice di averti incontrato"? io ho gli studenti per venti ore a settimana per dodici settimane, qui. alla fine parlano inglese meglio che all'inizio, e io sono smoccolante come in una telenovela brasiliana, quando li saluto.

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    1. E che vivi in Austria... aspetta di venire in America Latina! Qui l'aspetto emozionale si decuplica.

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