Una visita dall'Italia
giovedì 12 gennaio 2012


“Beh io sarei qui” diceva grossomodo il testo del messaggio. Sapevo che il mio amico di Verona era giunto in Messico per una vacanza e speravo davvero venisse a farmi visita.

Fortunatamente lo fece. 

Quando ricevetti il messaggio sul cellulare realizzai che stavo per incontrare un veronese dopo undici mesi.


L'appuntamento era davanti alla chiesa di Guadalupe alle otto di sera. Lo riconobbi immediatamente e gli andai incontro. Il primo pensiero che ebbi fu: “Porca miseria, un italiano.” In effetti c'era qualche dettaglio che lo distingueva dagli italomessicani che avevo conosciuto ad Aguascalientes. Forse un lieve senso di spaesamento oppure semplicemente il buon gusto nel vestirsi. 

Chissà, certe cose non si vedono, si percepiscono.

Ad ogni modo nell'incontro c'era qualcosa di strano, di buffo. Incontrare un amico italiano in Messico è un po' come dare un appuntamento a qualcuno in un'oasi del deserto e salutarlo: “Ehilà, tutto bene? Fatto buon viaggio?”

Realizzai che di solito, in questi casi, bisognerebbe introdurre l'amico che viene da lontano nel proprio giro sociale. Fargli stringere mani, mostrargli quanto bene ci si è integrati nella nuova società.

Magari prendere la macchina e accompagnarlo nei locali più originali della città. Però, diammine, io in un anno non mi sono fatto nessuna vita sociale.

Viste le magre entrate, nel 2011 mi concedevo solo il lusso di un paio di tacos in un posto che si chiama “Mr Chapetes” una volta alla settimana.

Sì avrei potuto permettermi di più ma mi sarei sentito in colpa.

Così accompagnai il mio amico nell'unico bel posto che conoscevo: una pizzeria bar frequentata da giovani artisti e gente un po' freak.

Era il tipo di posto informale e studentesco dove ci si sente a proprio agio. In più conoscevo Paco (nome inventato), il proprietario del locale che è un ragazzo messicano davvero brillante ed amichevole.

A dire il vero io e il mio amico veronese avevamo conosciuto Paco un po' di anni fa proprio a Verona. Paco infatti aveva partecipato ad un progetto di volontariato e lì le nostre vite si erano incrociate.

Paco era felice di vederci. Ci offrì pizza e birra e ci parlò in italiano. Il posto era pieno di gente che chiacchierava, beveva e mangiava pizza.
Ricordo che mesi fa, Paco mi propose di andare a mangiare la pizza da lui quando volevo, me l'avrebbe offerta perché sapeva che all'inizio è un po' difficile ingranare con il lavoro.

Io però non approfittai. Pensavo che un po' di frugalità mi avrebbe spronato a muovermi con più determinazione alla ricerca di un lavoro.

Dopo la pizza e la birra io e il mio amico veronese passeggiammo per il centro di Aguascalientes. Il centro lo conosco bene perché di fatto ci vivo.
Gli indicavo i palazzi che conoscevo, i merenderos, la plaza de toros. Gli spiegavo le abitudini dei messicani, cosa bevono la sera, cosa mangiano, dove amano andare.

Infine lo invitai a casa gli offrii tequila e cominciai a chiedergli di Verona e di ciò che combinavano le comuni conoscenze. Era per me come fare l'appello. E questo? E quest'altro? A volte, quando qualche personaggio aveva una vita troppo ordinaria, e quindi noiosa da ascoltare, lo interrompevo e chiedevo di qualcun altro.

Che strano, pensavo. Durante i primi mesi di vita in Messico la realtà veronese mi pulsava prepotente nelle vene. Facevo parte formalmente del comitato di amministrazione di una Onlus locale, una di quelle che sono gestite da persone che la pensano fra loro in maniera diversa però tutti agiscono molto all'italiana, così mi battevo per la causa come un don Chisciotte scrivendo e-mail decise che sicuramente disturbavano chi là dentro non la pensava come me. 

Vivevo ogni brutta notizia con dolore nonostante fra me e il luogo del misfatto ci fosse un oceano scuro e spumeggiante.
Perdevo tempo a pensare a cosa avrei fatto se mi fossi trovato a Verona. 

Insomma, anche se non c'ero, in qualche modo c'ero.

Poi ovviamente dovettero sostituirmi. Scrissi la lettera di dimissioni. L'ultima notizia che mi giunse fu l'urgenza da parte del presidente di quell'associazione di far varare un provvedimento per impedire che in futuro si potesse rieleggere qualcuno come me. 

Questo, senza dubbio, significava aver fatto un ottimo lavoro.

Nei mesi successivi, per ragioni pratiche, le mie preoccupazioni si spostarono dall'Italia al Messico. C'era l'università, la scuola, il lavoro con le comunità. Tutte cose nuove ed interessanti e che mi assorbivano molta energia.

Così, quando quella sera il mio amico mi relazionava su Verona, era come se mi stesse parlando di gente fatta di cartone, di sagome che si muovevano vaghe in un posto sperduto.

Sapevo che alcune di quelle persone un tempo erano state importanti per me, mi avevano fatto vivere momenti intensi e la mia vita ne era stata profondamente influenzata ma adesso erano lontani, muti, rinchiusi nelle loro esistenze come io lo sono nella mia.

Era come vederli attraverso Google Earth.

Nei giorni seguenti la chiacchierata continuò.
L'amico soffriva di crisi d'astinenza di buon espresso italiano ed io, modestamente, qui sono riuscito a creare una miscela di caffè di ottima qualità per la moka. Il mio pusher è un negozio di caffè che vende chicchi di caffè tostati di Veracruz, la miscela di mia invenzione è 50% di robusta e 50% di planchuela, il tutto macinato fine. Una bomba!

Ci facemmo due tazze di caffè e ricordammo i vecchi tempi, poi l'amico si congedò e proseguì il suo viaggio.

Lo rividi solo qualche giorno fa e mi invitò a trascorrere insieme una serata per celebrare il suo congedo.

L'appuntamento era nella pizzeria di Paco. Là mi incontrai con Bianca (altro nome inventato) una ragazza hidrocalida che entrambi conoscevamo perché anche lei era stata a Verona come volontaria.

Notai dei cambiamenti nel mio amico. Parlava in spagnolo fluente e pareva trovarsi a perfetto agio nell'ambiente.

Bianca era accompagnata da una Tigre latina (una delle due ragazze che ho descritto nell'omonimo post). Mangiammo pizza e bevemmo vino.

L'amico parlava del suo viaggio, Bianca e la Tigre Latina scherzavano. Ben presto mi rimproverarono perché non dicevo niente. Probabilmente le mie capacità sociali sono andate a farsi benedire però stavo bene. 

Giuro. 
Ascoltavo.

Niente se e niente ma, dissero. Dovevo parlare. Dovevo divertirmi.

Dopo la pizza finimmo a ballare in una specie di spartana discoteca del centro. All'ingresso un buttafuori mi perquisì e mi sequestrò la bottiglietta di vino mezza vuota che avevo nella tasca interna della giacca.

Ballammo e la Tigre latina, con generosità offrì birra per tutti. Alle ragazze però la musica non piaceva tanto così ci spostammo in un altro locale dove facevano salsa con un'orchestrina dal vivo. 

Era un posto chiacchierato perché molte delle coppie che ballavano in pista con grande slancio non erano proprio marito e moglie. Poteva trattarsi del marito con l'amante o più semplicemente un uomo con una prostituta.

Un anno di Messico e non so nemmeno il passo base della cumbia e se c'è una cosa che odio è cimentarmi in pubblico in qualcosa che non so fare.

Qualche anno fa, per esempio, ero andato a visitare una amica Finlandese a Tampere e lei mi aveva fatto provare tutto: sci di fondo, pattinaggio sul ghiaccio e tango.

Ovviamente per me in ogni situazione si trattava di prime volte, quindi affrontavo quelle prove che mi rendevano rosso con un pomodoro fingendo entusiasmo e autoironia.

Credo che alla fine l'amica mi abbia rispedito sull'aereo marchiandomi con un “Reject” rosso fuoco.

Quando chiesi timidamente come si balla quella roba mi risposero di lasciarmi andare e seguire il ritmo.
Ci provai, però la sensazione era quella di muovermi con movimenti a caso in un rumore assordante di trombe e un cantante che gridava “Mi amor! Mi amor!”

Con Bianca non era poi così drammatico perché siamo molto amici e le ho confessato tutte le mie debolezze. Era, diciamo, preparata.

Quando però dovetti ballare con la Tigre Latina, allora sudai davvero. Questa mi sta mettendo i voti, pensavo. Dopo aver ballato con me non mi rivolgerà più la parola, cancellerà il mio numero di telefono dal suo cellulare.

Sbirciai l'amico veronese che invece non aveva di questi problemi. Lo vedevo sciolto, disinvolto sulla pista. Credo che il Messico gli abbia fatto bene. Una botta di vita nel bene e nel male.

Finalmente uscimmo. Mi congedai perché, per loro la serata continuava. Ci abbracciammo. Che si dice in questi casi? C'erano messaggi da portare in Italia? Forse però non me ne veniva in mente nessuno. Torna un giorno, gli dissi. Ci abbracciammo.

E poi me ne tornai a casa.

2 commenti:

  1. Che strano...ora che mi ci fai pensare anch'io provo sensazioni simili quando un amico mi viene a trovare, anch'io ho dei problemi quando devo portare in giro qualche ospite e non so se i posti che scelgo gli piaceranno, anch'io in quasi dieci anni vissuti in Asia non mi sono fatto una gran vita sociale...anch'io sono in imbarazzo quando cercano di insegnarmi i balli latino-caraibici, anch'io non ci capisco molto quando mi dicono "di lasciarmi andare e seguire il ritmo", anch'io quando sto seduto in mezzo a un gruppo folto spesso me ne sto in silenzio...ma in fondo anch'io, come dicevi tu, sto bene, giuro, e (spesso) ascolto...divertiti.

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