Commento al film: "Puerto Escondido"
lunedì 26 settembre 2011


Riguardo al film bisogna dire una cosa importante, come mi fa osservare una mia cara lettrice della Baja California. 

C'è differenza fra la musica caraibica di Cuba e la musica messicana e nel film i “messicani” suonano musica cubana anziché la loro... ed è una cosa piuttosto improbabile.

Insomma la musica è fuori luogo. 

Però il libro e il film “Puerto escondido” sono ugualmente diventati un'icona della fuga. 


Quanti specialmente chi lavora fra grigi capannoni e telefoni che continuano a squillare vorrebbero mollare tutto e fare come Claudio Bisio ossia trovarsi un angolo di paradiso e vivere serenamente su una spiaggia. Succede davvero? C'è qualcuno che lo fa?

Beh, qualche volta sì. Mi hanno parlato di un imbianchino tedesco che lavora sei mesi in Germania e passa gli altri sei mesi in Yucatan dedicandosi alla sua passione preferita: la pittura.

Chi si può permettere sei mesi all'anno di vacanza in Messico? Solo chi si organizza la vita per permettersi sei mesi di vacanza. Non credo che abbia figli piccoli.

Come nel film anche della vita reale c'è chi scappa in Messico per “cause di forza maggiore”. La più comune sono i debiti. Prima che i creditori ti prendano per il collo sali su un areo e scappi in Messico.

Fin'ora non ho avuto il piacere di conoscere personalmente questi soggetti, però pare che ci siano.

Esiste poi un esercito di "alternativi" che amano viaggiare in autobus con gli zaini in spalle in caccia di avventure. Ogni tanto mi capita di vedere qualche giovane europeo con le infradito che chiama a casa per rassicurare amici e parenti.

Quando però si vuol fare troppo i furbi cosa succede? 

Per esempio nel film i simpatici italiani vanno a far scorpacciate di peyote però è illegale.

Solo agli indigeni Huichole è permesso consumare il fungo allucinogeno durante un particolare rituale. 

Ho chiesto a qualche amico messicano come giudica il comportamento di questi "turisti" che vanno alla ricerca di emozioni forti e mi hanno risposto che è più o meno una mancanza di rispetto per il territorio che li ospita.

Insomma non è che proprio la filosofia descritta dal signore italiano dell'autobus ossia che in Messico tutto succede per qualcosa, che tutto si può fare sia completamente condivisa.

Riprendendo una frase del film mi verrebbe da consigliare: 

“Non sei obbligato a fare cazzate quando vieni in Messico, i messicani ti accettano anche così, anche se non fai niente di male”.

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