La Rockera
domenica 14 agosto 2011

L'ho incontrata ad un corso di formazione all'università di Aguascalientes. Si chiama Diana (nome inventato). All'inizio non l'avevo notata troppo attento a capire quale in quale tipo di guaio mi stavo cacciando cimentandomi come maestro di educazione ambientale.




Durante il secondo incontro di formazione, c'era un'attività chiamata “el abrazo sostenido” in pratica, era una specie di cerimonia nella quale gli alunni si sarebbero consegnati il documento di etica ambientale “Carta de la Tierra” con un piccolo discorso accompagnato da un abbraccio. Per esempio: “Ti consegno la Carta de la Tierra perché insieme possiamo migliorare la nostra città. Per te, per me e per il nostro Pianeta”.

Toccante.
Si trattava infatti di un'attività per rafforzare la motivazione dei ragazzi per la questione ambientale.

Quando fu il suo turno Diana venne da me pensando ad una frase appropriata da dirmi ma poi ci rinunciò: “Io consegno la Carta de la Tierra a Dario... beh... perché vorrei ricevere un abbraccio da lui.”

Confesso che questo ingrassò di molto la mia autostima.

Diana vestiva con uno stile vagamente dark. Non era grassa però sì corpulenta e morena. Il tono della sua voce era piuttosto basso. Verso mezzogiorno aprì un cofanetto contenente una decina di pezzi di metallo di forme differenti. Al principio non capii bene che cosa fossero ma poi, quando cominciò ad avvitarseli sulla faccia, realizzai che erano pearcing.

Dopo alcuni incontri decisi di rivolgerle la parola anche perché eravamo in pausa e lei si era seduta vicino a me. Che domandarle? Ruppi il ghiaccio chiedendole dei suoi progetti per i prossimi mesi.

Così cominciò a conversare con me. Mi disse che avrebbe studiato un master all'università e che avrebbe impartito corsi di educazione ambientale perché era interessata a diventare docente.

Poi sconfinò e prese a parlarmi del suo tempo libero. Le piaceva mangiare fuori in alcuni posticini che per noi europei sono da bollino rosso come i mercati generali dell'ortofrutta e passare i sabati sera al bar a chiacchierare. Non era una tipa da ballo. Conosceva tutti paesini dove si produceva buon mezcal.

Alla fine, non so come, parlammo della nefasta pubblicazione “Tribuna libre”, quella delle foto macabre di cui vi ho raccontato nel post “Stampa Messicana”. Una volta c'era finita anche lei perché con i suoi amici avevano fumato erba in un vicolo apparentemente tranquillo però qualcuno li vide e pensò bene di chiamare la polizia che li arrestò tutti.

Ammanettati furono condotti in carcere. Beh, chiesi, ma cosa succede quando la polizia ti arresta?

In questo caso non si parla nemmeno di reati, sono meramente cazzate.

La polizia ti porta davanti ad un giudice che ti chiede cosa hai fatto. Dipendendo dal suo umore è anche capace di mandarti fuori e la cosa finisce lì. Altrimenti c'è la notte in cella. Notte che può protrarsi anche per un paio di giorni.

Pare che a Tijuana ad alcuni americani non dispiaccia. Fanno bagordi tutta la notte, esagerano e poi li schiaffano dentro. La mattina dopo danno la mancia a qualcuno perché li immortali con la loro macchina fotografica dietro le sbarre.

Nei loro ambienti credo faccia molto figo il fatto di essere stati sbattuti almeno una volta nella vita in una galera messicana.

Anche il Sindaco di Verona auspicava la notte in cella come un valido strumento di sicurezza cittadina.

Secondo Diana la notte in cella non è proprio piacevolissima. Il posto non è dei migliori; l'igiene lì dentro è appena appena abbozzata.

La compagnia femminile era formata in maggioranza da “prostis” che aveano commesso l'errore di battere nella zona sbagliata o che per qualche ragione si erano rifiutate di pagare i poliziotti.

I poliziotti si divertono a far paura alle studentesse, così, tanto per divertirsi e passare il tempo.

A Diana, per esempio, mostrarono un grosso cubo si marijuana e le dissero che avrebbero messo a verbale che era  suo. Immaginate, avrebbe subito un processo per spaccio. Ma poi quando scoppiò in lacrime, i poliziotti risero. Scherzetto! Scherzetto!

Esiste anche la possibilità di chiamare la propria famiglia e pagare la cauzione che si aggira intorno a 200 pesos.

“Ciao mamma, sono in carcere, verresti a pagarmi la cauzione?”
E poi, dulcis in fundo, un articolo di giornale nel quale si ritraeva lei e i suoi amici come una banda di balordi.
“I tuoi non se la sono presa?”
“No, però avrebbero preferito che anziché il nome, avessi dato uno pseudonimo”.

That's Mexico!

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