Con la tua diversità faremo grandi cose I
lunedì 27 giugno 2011

Questa settimana mi sono successe cose che mi hanno fatto pensare. Ho letto su Internazionale l'inchiesta dell'Economist: “L'uomo che ha fottuto un intero paese” che è una fotografia dell'attuale Italia berlusconiana, sono stato in un negozio di libri usati e mi sono comprato un libro in inglese dallo strano titolo “The Medici Effect”. Per ultimo sono stato ad un colloquio di lavoro presso una scuola superiore.
Cominciamo con l'Economist. L'inchiesta ribadisce cose note sul nostro paese. Sapevate che negli anni cinquanta e sessanta il pil cresceva annualmente del 10%? Questo ritmo vertiginoso fu innescato dall'applicazione di nuove tecnologie nel campo dei servizi e nell'industria.

Con il passare del tempo la società e le imprese si sono progressivamente congelate con conseguente abbassamento della produttività del lavoro.

L'articolo considera cause del problema l'evasione fiscale, le corporazioni, la delinquenza organizzata, i rapporti famigliari spesso eccessivamente protettivi e il fatto che i posti chiave sono in mano ad anziani che hanno poca dimestichezza con la posta elettronica.

Tutto ciò fa sì che nelle imprese si cambia quel tanto da non modificare per nulla il sistema in generale.
L'Economist non è eccessivamente pessimista nei nostri confronti. Tutto sommato stiamo ancora bene, non c'è povertà (almeno rispetto ad altri paesi). 

Se continuiamo così usciremo lentamente di scena dall'economia che conta e diverremo una specie di bellissimo paese museo. L'inchiesta si conclude dandoci un colpetto sulle spalle e con l'invito di bere una tazza del nostro buon caffè e di svegliarci perché le qualità ce le abbiamo.

Il libro che ho comprato con il solo fine di leggere in inglese mi ha invece aperto un mondo. Si tratta di “The Medici Effect”, l'effetto Medici di Frans Johansson.
In questo saggio l'autore fa riferimento al rinascimento italiano e alla corte dei Medici la famiglia fiorentina famosa per il suo mecenatismo.

All'epoca i grandi artisti scienziati come Leonardo Da Vinci erano esperti in varie discipline e l'intersezione fra esse creava idee innovatrici.
Le idee rivoluzionarie, scrive Johansson, nascono dall'intersezione fra discipline artistiche e scientifiche, dalla capacità di abbattere le barriere culturali e pensare ed imparare in modo nuovo, fuori dagli schemi.

Afferma inoltre che si produce per aver successo e non si produce perché si ha successo.

Insomma, dal punto di vista personale, la lettura di questo libro mi ha spronato a darmi da fare e non aver paura di conoscere ed avere a che fare con situazioni e persone nuove.

E veniamo al colloquio di lavoro. Si tratta di una scuola superiore poco distante da dove abito a cui ho inviato il mio curriculum proponendomi come maestro di italiano e di scienze.
Ho pensato di fare il maestro per diverse ragioni. La prima è per mettermi alla prova.
Non vi nascondo che ho una fifa blu ad entrare in una classe e dare lezione in spagnolo a degli adolescenti. Nello stesso tempo però sento che farò un buon lavoro e la cosa mi entusiasma.

Inoltre insegnando avrò uno stipendio mensile cosa che mi permetterà di dedicarmi a progetti forestali dall'esito incerto con un po' più di serenità.

Il colloquio è andato bene. Sono stato ricevuto dal preside e dal vicepreside. Il vicepreside era un po' più giovane di me. Mi hanno chiesto cosa volevo  fare e perché proprio nella loro scuola. Glielo dissi.
Il mio curriculum vitae piaceva non tanto per quello che avevo fatto (tutti lavoretti diciamo, di bassa cucina) bensì il fatto che avevo viaggiato molto all'estero.

Mi spiegarono che nella scuola lavoravano altri due professori stranieri: uno spagnolo e un inglese.
Una caratteristica degli stranieri, mi spiegava il preside, è che hanno un punto di vista diverso e ciò beneficia gli alunni in quanto li aiuta a considerare le cose con differenti punti di vista. Li abitua, in altre parole, alla pluralità.

Ciò che diceva il preside mi sembrava giusto perché lo provavo quotidianamente vivendo in una società per me straniera.

In Messico la scuola lascia parecchio a desiderare perché la qualità dell'insegnamento è medio bassa.

Come mi diceva fratel Luca, la politica ha creato un complicato meccanismo che impedisce qualsiasi avanzamento della qualità didattica. Il patto lavorativo Stato Messicano - Maestri si può riassumere con la frase: “Io faccio come se ti pagassi e tu fai come se lavorassi”.

Entrambe le parti sono contente. A rimetterci però sono gli alunni.

Non mi stancherò mai di dire che il Messico è il paese dei contrasti. Ossia in un quadro generalmente desolante si incontrano realtà all'avanguardia.

Sapevate per esempio che in Messico in alcune scuole superiori ed università le materie vengono impartite in lingua inglese?

Quando all'università di Padova il professore di Meccanica Forestale propose di far lezione in inglese ebbi i brividi freddi senza però considerare quanto bene mi avrebbe fatto per rompere il ghiaccio con quella lingua universale così indispensabile.

Un altro aspetto innovatore è il sistema didattico per competenze più adatto al nostro tempo dove le innovazioni si sono fatte veloci e la conoscenza di un concetto va di pari importanza con il saperlo applicare in contesti diversi.

Con questo metodo il maestro non trascorre il suo tempo intavolando lezioni frontali ma guida gli allievi all'apprendimento attraverso lavori di approfondimento di squadra ed individuali cancellando così la passività e l'apatia degli alunni durante le lezioni condotte con il sistema classico.

Infine sì, consideriamo anche l'apertura agli insegnanti stranieri che sono considerati come una risorsa semplicemente per essere cresciuti in un contesto differente. (continua...)

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